Trentanove. È questa la percentuale di dazi che, secondo Donald Trump, l’Unione Europea imporrebbe sui prodotti americani. Un dato che l’ex presidente ha sventolato in conferenza stampa, utilizzandolo come giustificazione per i nuovi dazi statunitensi. Ma il numero non ha basi reali: le tariffe effettivamente applicate dall’UE ai beni americani sono in media del 3%, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Dietro questa discrepanza si cela una costruzione politica volta a dipingere l’America come vittima di una concorrenza sleale, giustificando così misure protezionistiche.
I dazi non sono una novità nella politica americana. Anzi, rappresentano una delle strategie più ricorrenti per affrontare i deficit commerciali. Da presidente Barack Obama stesso li utilizzò (con ben poche rimostranze da parte europea ovviamente), colpendo specifici settori industriali come quello dell’acciaio e dei pneumatici cinesi. L’amministrazione Trump, invece, ha spinto il concetto a livelli estremi, vedendo nei dazi non solo uno strumento economico, ma un’arma politica. Ora, con la prospettiva di un possibile ritorno di Trump sulla scena, si ripropone la stessa strategia, con un impatto potenzialmente devastante per le economie europee.
Le aziende esportatrici del continente rischiano di subire un colpo durissimo. Settori strategici come l’agroalimentare, la moda e la meccanica potrebbero vedere i loro prodotti gravati da tariffe che ne renderebbero proibitivo l’acquisto oltreoceano. Nel 2023, il valore delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti ha superato i 500 miliardi di euro, con settori come il lusso e l’automotive che dipendono fortemente dal mercato americano. Secondo i calcoli americani, alcuni Paesi europei, se non facessero parte dell’UE, sarebbero soggetti a tariffe del 57%, che con il metodo di calcolo dell’amministrazione Trump verrebbero dimezzate al 29%. Numeri che dipingono un quadro preoccupante.
Le reazioni in Europa non si sono fatte attendere. Diversi leader hanno preso posizione contro il protezionismo di Trump, definendolo “una scelta sbagliata” e avvertendo dei rischi di un’escalation commerciale. La strategia europea punta a un negoziato con Washington, cercando di scongiurare lo scontro frontale. A Bruxelles si lavora su un pacchetto di contromisure, mentre i principali governi europei stanno intensificando i contatti diplomatici per evitare il peggio.
Da parte sua, Ursula von der Leyen ha già proposto una serie di misure per bilanciare il deficit commerciale con gli USA, offrendo concessioni su settori chiave come l’automotive e il gas. Tuttavia, da Bruxelles filtra pessimismo: l’amministrazione statunitense sembra poco incline al dialogo e determinata a proseguire sulla linea dura. L’UE potrebbe rispondere con misure mirate, colpendo prodotti simbolo dell’export americano, come il bourbon, le motociclette e i prodotti tecnologici, seguendo la strategia adottata nel 2018 durante la prima ondata di dazi trumpiani.
Il rischio maggiore è quello di un effetto domino: se l’Europa rispondesse ai dazi americani con ritorsioni commerciali, si entrerebbe in una spirale pericolosa. Gli USA hanno già lanciato un monito agli alleati: “Non reagite, altrimenti ci sarà un’escalation”. Ma rimanere passivi potrebbe significare subire un danno economico irreversibile. Nel frattempo, gli analisti di JP Morgan avvertono: una guerra commerciale tra USA e UE potrebbe spingere il mondo verso una recessione già nel 2025, con una contrazione del PIL globale stimata tra lo 0,5% e l’1%.
L’Europa si trova in una posizione critica. Deve proteggere le sue imprese senza entrare in rotta di collisione con Washington. Un equilibrio sottile e pericoloso, che sarà messo alla prova nei prossimi mesi. Se il negoziato fallirà, i dazi potrebbero colpire duramente l’export europeo, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e frenando la crescita economica del continente. La partita è appena iniziata, e le sue conseguenze potrebbero essere devastanti.



