25 aprile. Di fronte allo sterile, stucchevole, ripetitivo e inutile ritornello se si è antifascisti o meno, che ormai sta caratterizzando e funestando tutto il tempo del governo Meloni (mantra orchestrato nel tentativo sterile di inchiodare la destra a una presunta eterna delegittimazione e scomunica morale a dispetto del voto), le feste, le ricorrenze storiche, sembrano restare l’ultima zattera a cui si aggrappano Pd, Avs, grillini e gruppuscoli giovanili vari.
Sull’argomento potremmo rispondere in tanti modi, inflazionati, senza effetto, visto il servizio permanente effettivo di troppi politici, giornalisti e intellettuali, tutti schierati a senso unico.
Potremmo parlare del “male che partorisce il male”: si vedano i centri sociali, gli estremisti filo-palestinesi, gli antagonisti che se la prendono con gli altri “antifascisti” e si scontrano per sport sempre con la Polizia (“serva attuale del regime”, ovviamente “fascista”).
Potremmo ripetere un concetto oggettivamente scomodo e cioè, che i partigiani comunisti, autori pure loro di uccisioni anche interne alla stessa Resistenza (l’eccidio di Porzus), si sono battuti sì “per la libertà dal fascismo”, ma non “per la libertà in assoluto”, visto che in buona fede auspicavano in Italia l’avvento del regime comunista, allora rappresentato da Stalin, non certo l’eden della democrazia liberal-democratica. E potremmo ripetere che cedettero lembi della nostra sovranità a Tito (altro che indipendenza nazionale). Ma tant’è.
Di libri di testo obbligatori che hanno confuso “l’ideologia della storia” con la storia vera, ne abbiamo piene le tasche e le mensole delle nostre librerie.
E ancora: potremmo ricordare l’eccellente e toccante discorso di Silvio Berlusconi il 25 aprile del 2009 a Onna, relativo alla composizione plurale della nostra Resistenza, “quando socialisti, comunisti e cattolici, azionisti e liberali, repubblicani e monarchici, si allearono contro il nazi-fascismo, lasciando da parte le singole divisioni”.
Qualcuno per caso ha mai celebrato degnamente nelle scuole Salvo D’Acquisto (carabiniere che si è sacrificato per non lasciar morire decine di italiani), o Giorgio Perlasca (un conservatore che, spacciandosi per ambasciatore spagnolo, ha salvato 5mila ebrei in Ungheria), o Edgardo Sogno, capo delle piemontesi Brigate Mauri e Franchi? O il comandante anticomunista e antifascista Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo morto alle Fosse Ardeatine? L’hanno fatto in pochissimi.
Sappiamo che a istituire ufficialmente la Festa del 25 aprile è stato (il 22 aprile 1946) il Luogotenente Umberto di Savoia, diventato poi re d’Italia?
Ma una cosa ci sentiamo di puntualizzare “nero su bianco”. Un messaggio e un insegnamento per oggi. C’era molto meno antifascismo prima (nel secondo dopoguerra) che ora. Segno di una sinistra odierna che non ha più nulla da dire.
Palmiro Togliatti, il leader indiscusso del Pci, nel 1936 rivolse un importante appello ai compagni-fratelli in camicia nera: “Facciamo nostro il programma del fascismo del 1919, un programma di di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori”.
E nel 1946, a guerra finita, da ministro della Giustizia, comminò un’amnistia generale ai fascisti, per avviare la pacificazione nazionale.
Infine, Pajetta, noto dirigente comunista, fu tra i finanziatori del Movimento Pensiero Nazionale, guidato da Stanis Ruinas, il quale riteneva che solo andando a sinistra, si poteva sperare nella prosecuzione di una battaglia cominciata nella Rsi: una battaglia nel nome di una Repubblica sociale, antiborghese, anticapitalistica, anticlericale e anti-americana.
Riflettete e riflettiamo. Domanda: Togliatti, il Migliore, era meno antifascista della Schlein, di Conte, Bonelli e Fratoianni? Forse no, ma certamente più serio, intelligente e più statista.
25 aprile. Togliatti era meno antifascista della Schlein, di Conte e Fratoianni? Leggere per credere



