Ne dubito, ma una delle strategie neanche tanto nascoste e occulte di Netanyahu, non è solo quella di disattivare, demolire il ritenuto attivo e pericoloso arsenale nucleare iraniano; narrazione che invece, qualche fonte di informazione sta smentendo categoricamente (sembra la ripetizione della fake news delle armi di distruzione di massa, con cui è stata scatenata la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein); ma è quella di arrivare a un radicale cambio di regime.
Tradotto: fine della teocrazia e disco verde democratico, secondo i più puri e duri dogmi occidentali. Del resto, noi europei e gli stessi americani ne sappiamo qualcosa circa l’“esportazione della democrazia”, incentrata sul modello liberal-democratico parlamentare, spesso a suon di bombe e di guerre “dalla parte giusta della storia”.
Eppure, l’esperienza afghana, quella mediorientale (Iraq, Siria, Libano etc), avrebbero dovuto insegnarci qualcosa.
Col voto abbiamo solo partorito e ingrassato i peggiori “partiti di Dio”.
Segno però, che ogni popolo ha il diritto di avanzare verso la modernità seguendo le proprie vie identitarie. Non imposte a tavolino, come hanno fatto gli inglesi, ad esempio, scrivendo i confini dello Stato di Israele. All’origine di tutte le perturbazioni e i sommovimenti bellici e terroristici dell’area.
Del resto, la storia dell’Iran è emblematica.
E’ la vittima prescelta dei giochi occidentali, solo per il fatto che è il principale fornitore mondiale di petrolio. E quando ha cercato di diventare autonomo, sovrano, è stato massacrato, ridotto ai minimi termini.
Per quanto riguarda gli attuali disegni geopolitici israeliani, quando si fa una guerra per favorire il passaggio di consegne, bisogna sempre avere la soluzione in tasca. Non navigare nel buio, sperando nella Provvidenza.
Prendiamo la Cia (leggi Usa). Quando ha rimesso sul trono del Pavone la seconda volta Mohammad Reza Pahlavi, è stato solo per garantirsi il primato dell’approvvigionamento delle fonti energetiche, che il premier defenestrato Mossadeq, intendeva nazionalizzare a discapito delle multinazionali anglo-americane.
Inutile quindi, il tentativo successivo dello Scià di costruire una “terza via” (di relativa autonomia dagli Usa), la famosa “Rivoluzione bianca dello Scià e del popolo”, incentrata tra l’altro, sulla partecipazione agli utili, l’azionariato operaio, la legione del sapere (contro l’analfabetismo), l’emancipazione delle donne e lo spezzettamento del latifondo.
Riforme che videro l’opposizione congiunta (guarda caso) degli Ayatollah (proprietari terrieri) e dei comunisti iraniani. Il suo destino, infatti, era segnato. Abbandonato dagli Usa, per le rivolte integraliste, lasciò il posto alla rivoluzione islamica.
Negli anni del suo regno, va detto, non riuscì a trasmettere il valore della tradizione iraniana antecedente all’islamizzazione dell’Iran. Cioè, l’impero persiano. Un’identità più antica. Purtroppo restò impressa la percezione di un “pupazzo al servizio degli Usa”. Un “pupazzo” a cui si deve molto se oggi vive e vegeta ancora un senso di modernità e di coscienza dei diritti civili in Iran.
Ed ora il figlio Reza Ciro, pare disposto a tornare in patria. In una nota si è detto pronto a guidare l’Iran in una fase di transizione democratica dopo un’eventuale caduta del regime. In esilio da 45 anni negli Stati Uniti, ha invitato gli iraniani a unirsi per un cambiamento.
Un appello che segue quello di Netanyahu, secondo cui l’Iran “sarà finalmente libero molto prima di quanto la gente pensi”. Le sue parole sono state chiare: “Sono a disposizione del mio popolo e esorto gli iraniani a sfruttare il clima di tensione causato dalla guerra con Israele per rovesciare il regime degli ayatollah”.
Mirabile e legittima aspirazione. Ma il rischio è che la sua figura reiteri lo schema che ha imprigionato e condannato il padre: essere usato per mancanza di punti di riferimento in una delicata fase di transizione, per poi essere buttato nel cestino.
Gli Usa come noto, odiano ogni forma di monarchia. Forse Trump la pensa diversamente. Vedremo. E speriamo.
Una vera e propria maledizione.
Medesima farsa subìta infatti, da Zahir Shah d’Afghanistan, valorizzato per l’assemblea costituente del suo paese, contro i talebani e i russi, apripista del ritorno dei contingenti occidentali e poi emarginato. Col risultato che gli americani se ne sono andati e i talebani sono tornati.



