Iran. Il ruolo e il piano di Reza Ciro Pahlavi, nonostante le ambiguità di Trump

mercoledì, 25 Giugno 2025
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Si chiama eterogenesi dei fini. Tradotto, ciò che magari in Occidente ha un valore, un Medioriente potrebbe averne un altro.
La narrazione ideologica repubblicana, ad esempio, da decenni mira ad accostare le monarchie al passato, ai regimi autocratici, assolutisti, che la storia ha vissuto, e le repubbliche, invece, sinonimo di libertà, democrazia e progresso.
Oltre al fatto che non è proprio cosi (vista l’esperienza delle 10 monarchie che in Europa sono garanzia di unità, stabilità istituzionale, identità nazionale e modernità, al contrario di tante repubbliche popolari-comuniste, teocratiche o militari, sparse nel mondo), può capitare che in Iran in questo momento così delicato e complesso sia per i suoi cittadini, sia a livello internazionale, la monarchia possa rappresentare la democrazia, i diritti costituzionali e la repubblica l’oscurantismo e l’uso della religione per legittimare un potere politico repressivo.
Il principe Reza Ciro Pahlavi, in esilio da quando aveva 18 anni (nel 1979), infatti, è tornato a fa sentire con insistenza la sua autorevole voce. La scommessa è svolgere un ruolo da protagonista in queste concitate ore, tra continue azioni di guerra e dichiarazioni (ambigue di pace), dove i protagonisti, Iran, Israele e Usa (e non solo) sembrano aver perso la bussola.
Lui per storia personale dinastica, posizione e missione, già di fatto aggrega gli iraniani fuggiti all’estero al tempo della rivoluzione di Khomeini. La prospettiva odierna è andare oltre: unire, federare, anche le varie anime dell’opposizione al regime di Teheran, evitando che vengano fagocitate e assorbite dalla componente sinistra (in primis, i Mujaheddin del Popolo).
In varie sue dichiarazioni e nella recente conferenza stampa che ha tenuto lo scorso 23 giugno a Parigi, pur nella comprensibile e giustificata enfasi, ha soppesato bene le parole.
“È un momento storico per l’Iran. Il regime sta crollando. È il tempo di una nuova era per il nostro Paese”. In pratica, si è detto disponibile a partecipare alla ricostruzione dell’Iran archiviando per sempre la Repubblica islamica. Un messaggio suggestivo ma moderato con l’obiettivo di raggiungere pure le nuove generazioni, che se oggi reclamano diritti e democrazia, lo fanno pure come effetto dei famosi “10 punti della Rivoluzione bianca dello Scià e del popolo” (una sorta di terza via tra capitalismo e marxismo), che il padre di Reza Ciro, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, per scrollarsi di dosso l’etichetta di leader subalterno agli Usa (la questione della nazionalizzazione delle fonti petrolifere), aveva pensato per la sua nazione: il riferimento alla tradizione imperiale persiana come identità precedente all’islamizzazione, la legione del sapere (per combattere l’analfabetismo), l’emancipazione della donna, l’azionariato operaio, la partecipazione agli utili dei lavoratori, lo spezzettamento del latifondo (riforma che guarda caso, incontrò l’opposizione sia della sinistra, sia degli ayatollah, grandi proprietari terrieri).
Elementi culturali e politici da attualizzare ora nel quadro di un’alternativa al sistema. L’embrione quindi, di una maggioranza “pahalaviana o pahalavista” molto più ampia di quella monarchica, che per ricordi del passato, potrebbe essere limitante.
Concetti tempestivi, rispetto al timer della guerra. Quando Trump, nel pieno dei bombardamenti anti-uranio, ha lasciato intendere che ci sarebbe stato un cambio di regime, i giochi sembravano fatti.
Ma a gelare le aspettative degli oppositori della Repubblica islamica, le nuove affermazioni del tycoon, secondo le quali, si accontenterebbe di un ridimensionamento dei programmi nucleari dell’Iran, senza lavorare per un cambio di regime.
A questo punto che fare? Molto dipende dagli eventi, ma resta per il principe il piano da lui annunciato, non senza ragioni valide. Incentrato su tre fasi: unire le varie opposizioni, assemblea costituente per ricostruire la nazione (integrità territoriale, elezioni libere, sistema partitico, separazione tra religione e Stato), e poi la scelta referendaria tra monarchia parlamentare e repubblica.
Con una consapevolezza e una certezza per il futuro che nessuna repubblica, nessuna monarchia possano più guardare al passato. La stagione dell’assolutismo, sia regio, sia teocratico è definitivamente finita.
Il conto alla rovescia per Teheran è comunque iniziato.

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