Il pasticcio dei pedaggi rivela i nervi scoperti del governo

sabato, 5 Luglio 2025
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C’è qualcosa che non va nella maggioranza di governo se basta una vicenda piccola piccola come il tentato aumento dei pedaggi autostradali per provocare un abbozzo di polemica tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Definiamo questa vicenda piccola piccola perché l’aumento proposto della gabella autostradale era davvero irrisorio, appena un euro ogni mille chilometri. Tanto per dare l’idea, il tragitto tra Roma e Firenze sarebbe costato 26 centesimi in più. C’era davvero bisogno dello psicodramma di ieri?

Tutto è cominciato quando Salvini, in qualità di ministro delle infrastrutture, ha chiesto ai relatori di maggioranza di ritirare l’emendamento al decreto infrastrutture contenente, appunto, l’aumento dei pedaggi. A quel punto, Meloni ha manifestato la sua irritazione. «Pazzesco, davvero», ha detto, perché quell’emendamento «era stato voluto dal ministero dei Trasporti». La premier ha accusato in sostanza il ministro di incoerenza perché anche FdI aveva appoggiato la richiesta di Salvini di aumento dei pedaggi.

Bel diversa la versione del ministro: sarebbe stato il «disappunto» del partito della Meloni, disappunto unito alle vivaci proteste dell’opposizione e delle associazioni consumatori, a convincerlo dell’opportunità della marcia indietro.

Chi ha ragione? Non è importante stabilirlo. Quello che invece fa riflettere è il ripensamento del governo su una questione amministrativa di entità davvero minima. Una compagine sicura di sé procede tranquilla per la propria strada sfidando, se necessario, anche l’impopolarità.  Si  può semmai rilevare che non è molto elegante stabilire un aumento, seppur minimo, dei pedaggi autostradali alla vigilia del grande esodo estivo degli italiani verso le località di villeggiatura. Ma va anche detto che il provvedimento era motivato dalla necessità dell’Anas di reperire 90 milioni di fondi per la manutenzione stradale. Tutti si lamentano per le buche sulle strade, ma poi tutti dovrebbero sapere che gli interventi sulle vie statali vanno in qualche modo finanziati.

Il problema è che questa vicenda rappresenta il segnale del malessere che serpeggia nel centrodestra, una tensione crescente, soprattutto tra Lega e Forza Italia, che la premier fatica sempre più a contenere. La vicenda pedaggi arriva infatti dopo una serie di atti di nervosismo interni alla maggioranza, come la decisione di FI di riaprire la questione dello Ius Scholae che ha suscitato fastidio sia in FdI sia nella Lega, o come  la bocciatura, sempre da parte di FI, dell’emendamento leghista sul terzo mandato per i governatori delle Regioni, oppure ancora come il braccio di ferro tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli (FdI), e la sottosegretaria leghista, Lucia Borgonzoni, sulla gestione dell’industria cinematografica. Tutto ciò mentre Lega e Fratelli d’Italia non hanno ancora deciso il nome del candidato governatore del centrodestra per il Veneto. E non si tratta affatto di un problema semplice a risolvere.

La maggioranza potrà certo ritrovare la sua compattezza, a breve, sulla vicenda della Giustizia e sull’estenuante braccio di ferro tra il ministro Carlo Nordio e la magistratura. E ciò non sarà che un anticipo dell’”ordalia” tra maggioranza e opposizione che si svolgerà in occasione del referendum confermativo, visto che, proprio quella della Giustizia, si avvia a diventare l’unica riforma costituzionale che il governo riuscirà a condurre in porto.

Ma il centrodestra dovrà affrontare le battaglie politiche che lo attendono nei prossimi due anni (quelli che mancano alla fine della legislatura) in stato di salute. E i sintomi di questi giorni non sono molto incoraggianti. Giorgia farà bene ad agire con decisione per riportare, quanto prima, l’unità nella sua maggioranza.

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