Sinossi
Tratto dal romanzo “L’Intimité” di Alice Ferney, il film mette al centro la storia di Sandra (Valeria Bruni Tedeschi), una cinquantenne indipendente e single per scelta, che si trova improvvisamente a condividere l’intimità del suo vicino di casa, Alex (Pio Marmaï), e dei suoi due bambini. Contro ogni aspettativa, Sandra inizia a legarsi a loro, diventando una figura femminile importante in questa nuova famiglia adottiva. Nasce così un legame speciale, in una commovente storia di affetti incrociati, un’ode alla solidarietà di incredibile delicatezza.
La recensione
In L’attachement – La tenerezza (presentato in Orizzonti a Venezia 81), Carine Tardieu costruisce un film che interroga le relazioni affettive senza ridurle a schemi predefiniti. La storia di Sandra — libraia indipendente, intellettuale, femminista, allergica a ruoli convenzionali e “non madre” per scelta — viene ribaltata da un evento inatteso: la richiesta improvvisa di accudire Elliott, un bambino di cinque anni. Da quel momento, la protagonista entra gradualmente nell’intimità di un nucleo familiare fragile e incompiuto, trovandosi inevitabilmente coinvolta in una rete di legami che vanno oltre l’amore tradizionalmente inteso.
In questo senso, Sandra non è soltanto un personaggio, ma un dispositivo critico attraverso il quale il film mette in discussione le nostre certezze su amore, maternità, cura e indipendenza.
La regista non si accontenta di sviluppare una premessa narrativa di forte impatto (una donna sola che si confronta con una nuova e improvvisa responsabilità), ma continua a moltiplicare situazioni e micro-eventi che destabilizzano le certezze tanto dei personaggi quanto dello spettatore. Da qui la vera domanda del film: qual è la differenza tra amore e attaccamento? La risposta non è mai definitiva, ma suggerisce che esistono legami più solidi e più nobili dell’amore stesso, perché liberi dal possesso e fondati sul rispetto della libertà altrui.
Al centro di questa indagine c’è la recitazione trattenuta di Valeria Bruni Tedeschi, che diventa il cuore pulsante del film. Nota per una natura recitativa anarchica e imprevedibile, l’attrice viene qui incardinata da Tardieu in un registro misurato, fatto di pause, esitazioni e piccole incrinature dello sguardo. È una performance di contenimento, che rifugge dall’istrionismo per incarnare la tensione di un personaggio in bilico tra disincanto e apertura emotiva. La regista riesce così a mettere in evidenza l’ambiguità di Sandra: donna che “non sa niente di bambini” — come viene definita con malcelato paternalismo maschile — eppure capace di un’empatia spontanea, di una cura non programmata, quasi istintiva.
Questa linea interpretativa trova un contrappunto significativo nelle parole della stessa Bruni Tedeschi all’anteprima del film: «Viviamo in questa bolla di egocentrismo, di angoscia, di guadagnare, di fare il nostro mestiere… C’è il momento poi in cui vediamo l’altro, lo guardiamo, portiamo attenzione, come diceva Simone Weil, all’altro che è l’unico miracolo che c’è su questa terra. Per questo il film è importante, evidenzia come l’empatia con l’altro sia la sorgente di ogni bene.» L’attrice sembra qui offrirci la chiave di lettura del suo personaggio: un’empatia che non nasce dal ruolo sociale o dall’istinto materno, ma da un’attenzione nuova, radicale, all’altro.
Il lavoro sul set con i bambini — in particolare con il piccolo César Blotti — conferma questa direzione: «Con i bambini mi sono trovata bene, sopratutto con il protagonista che era speciale, era sempre molto felice di essere sul set, non si stancava mai, mentre tutti i bambini dopo un po’ si stufano… aveva le qualità dei bambini e quelle degli adulti» È proprio in questa compresenza di fragilità infantile e consapevolezza adulta che si riflette anche Sandra, donna che si dichiara estranea al mondo dei bambini e che invece, scena dopo scena, impara a ridefinire se stessa attraverso il contatto con una comunità familiare eterogenea e imprevista.
La forza del film sta in questa coralità: la recitazione dei più piccoli, la delicatezza di Marie-Christine Barrault, l’umanità contraddittoria di Pio Marmaï, concorrono a un racconto che procede per aggiustamenti continui, come la vita stessa. Ma è la recitazione contenuta, e per questo tanto più potente, di Valeria Bruni Tedeschi a dare forma all’idea di attaccamento che la regista intende esplorare: un legame che non possiede, non definisce, ma accoglie e trasforma.
L’attachement – La tenerezza è da oggi nelle sale italiane distribuito da No.Mad. Entertainment.
Vittorio Zenardi



