Per la prima volta dal 2010, lo spread tra Italia e Francia si è praticamente azzerato. I rendimenti dei BTP decennali e degli OAT francesi si muovono ormai quasi all’unisono, con uno scarto di appena 8–10 punti base, cioè meno di 0,10 %. Un evento che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza finanziaria.
Nel 2018, all’apice della crisi dei conti pubblici italiani, il BTP decennale rendeva 3,68 % contro l’1,01 % dell’OAT francese: spread Italia-Francia 267 punti base, segno di una distanza abissale nei giudizi dei mercati. Oggi il BTP si muove intorno al 3,11 %, mentre l’OAT naviga al 3,02 %, con una differenza quasi simbolica.
Cosa è cambiato?
Da un lato l’Italia ha migliorato la sua credibilità fiscale, con un rapporto deficit/PIL sceso dal 8,6 % del 2020 al 4,4 % del 2024, e una crescita reale superiore alla media UE (+0,9 % contro +0,5 % della zona euro). Dall’altro, la Francia è entrata in un tunnel di instabilità politica e conti pubblici fuori controllo: deficit al 5,5 %, debito al 112 % del PIL, agenzie di rating in allerta e proteste sociali diffuse. A giugno 2025 l’agenzia Fitch ha lanciato un “warning” su Parigi, ricordando che la dinamica del debito francese è “più preoccupante di quella italiana”.
Nei giorni successivi alle elezioni anticipate, i mercati hanno reagito in modo netto: l’OAT decennale è salita di 25 punti base in due settimane, mentre il BTP ne ha persi 5. Convergenza perfetta: Italia promossa, Francia retrocessa.
Dietro i numeri si nasconde un cambio di paradigma. Per decenni la Francia è stata considerata “core Europe”, rifugio sicuro dei capitali continentali, mentre l’Italia veniva etichettata come periferia. Ora, secondo i dati Bloomberg, oltre il 22 % dei fondi pensione europei ha aumentato la quota di BTP nei portafogli, mentre la quota francese è scesa del 12 %.
C’è anche un elemento strutturale: l’industria italiana esporta più della francese, con un saldo manifatturiero attivo di 104 miliardi di euro nel 2024, secondo solo alla Germania, mentre Parigi chiude con –70 miliardi. In sostanza, l’Italia produce, la Francia spende.
È un pareggio finanziario che racconta un rovesciamento culturale: non siamo più la cicala del Mediterraneo, ma la formica manifatturiera d’Europa. E quando i mercati lo capiscono, anche lo spread diventa una cartina di tornasole di un nuovo equilibrio.
Nel frattempo, a Roma si guarda con un sorriso amaro: per una volta lo spread azzerato non è il segnale di una crisi italiana, ma del fallimento del modello francese. E in Europa, la mappa del rischio sovrano si sta ridisegnando — lentamente, ma inesorabilmente — a favore di chi produce valore reale.



