Riassumendo, è sempre colpa della destra. La destra non può andare due volte al governo (piccolo particolare, votata dal popolo italiano, ma lesa maestà per la sinistra, custode religiosa della democrazia), non può decidere il prossimo capo dello Stato (apriti cielo, in tempi di possibile premierato, sarebbe uno scandalo, troppa destra in Europa), deve cacciare Bignami perché ha osato chiedere spiegazioni sullo scoop de La Verità, aprendo una pericolosa crisi istituzionale.
Insomma, la destra non deve esistere. Se si muove sbaglia, se non si muove sbaglia, se si difende fa vittimismo, se parla viene “corretta” dal quotidiano processo di Norimberga antifascista; ad ogni avvenimento la Meloni è invitata a chiedere scusa, a presentarsi in Aula. Al massimo, vecchio vizio del pensiero unico “lib-lab”, viene accettata solo quando piace al politicamente corretto.
La cosa è semplice. Ottimo colpo del direttore Belpietro ed ennesima miseria dell’opposizione che condanna l’effetto, non la causa della notizia.
Ma, il dato vero, è che il Quirinale si è mosso in modo eccessivamente duro, come se dovesse fare quadrato su una scivolata, tra l’altro del tutto comprensibile da parte del consigliere Garofani. A rispondere avrebbe dovuto essere in prima battuta proprio lui, non il Colle. Garofani che, in seconda battuta, ha derubricato sul Corriere della Sera il caso a mera “chiacchierata tra amici”.
Se c’è un insegnamento che rimane è che finalmente si deve sgombrare il campo dall’ipocrisia obbligata che caratterizza ogni dichiarazione circa l’azione e le scelte del presidente della Repubblica. Un’ipocrisia stucchevole che genera unicamente tanta, troppa, retorica trasversale. Fa tristezza vedere la Schlein che, quando parla di Mattarella, apre la bocca in modo meccanico, forzando un sorriso, tutto il contrario quando invece la serra, la chiude, parlando della premier. Se a parti inverse, il Colle avesse trattalo l’argomento in funzione anti-sinistra, avrebbe gridato al golpe?
E poi, per quanto attiene ai grillini, da che pulpito difendono strumentalmente il capo dello Stato, che non ha bisogno di essere difeso. Loro che in passato, nella loro primigenia versione, hanno addirittura chiesto l’impeachment nei confronti di Napolitano.
La verità è che il capo dello Stato va giudicato, valutato, interpretato, nell’esercizio costituzionale dei suoi comportamenti. E da questo punto di vista, Mattarella è stato ed è ineccepibile.
Ma come uomo, è assolutamente legittimo che abbia idee personali, così come il suo staff. Ci meravigliamo che il consigliere Garofani abbia tra amici e confidenti esternato una sua posizione o le sue preoccupazioni? Magari, al massimo si può parlare di inopportunità. Ma tant’è.
Mattarella, come ogni presidente della Repubblica, ha una provenienza, una sua sensibilità, una sua ispirazione. E’ addirittura banale affermarlo.
I suoi poteri gli consentono una forma di intervento particolare. Oltre a tutelare la legalità costituzionale, c’è la cosiddetta “moral suasion” che esercita come vuole e come è giusto che sia. In passato, altri presidenti si sono mossi in modo molto più interventista, da Scalfaro a Napolitano.
Ma allora il tema è più ampio.
Una domanda e una provocazione: se ne esce con la repubblica presidenziale, dove essere arbitro e capitano è un gioco esplicito e legale, impedendo retorica e ipocrisia? Oppure bisogna ammetterlo, le monarchie europee offrono migliori garanzie? La separazione tra Stato e governo, tra monarca-arbitro, non espressione di alcun partito, ed esecutivo scelto dal popolo, è fonte di unità nazionale e forse di migliore stabilità istituzionale?
Uno spunto-appunto per il futuro.



