Sergio Mattarella: “Libertà va difesa ogni giorno. La libertà delle donne è una conquista da difendere e consolidare”. Giorgia Meloni: “La violenza su donne è contro tutti”. E ancora il capo dello Stato: “In questo contesto affatto indifferente è l’uso del linguaggio quando alimenta stereotipi, pretende di giustificare relazioni di dominio e comportamenti inaccettabili. Parità significa, prima di tutto, educazione al linguaggio del rispetto”.
Dal “produttore al consumatore”: per le strade della Capitale il corteo di “Non Una di Meno”. Le organizzatrici hanno denunciato la crescente “normalizzazione” della violenza patriarcale “da parte del governo”, anche “tramite leggi misogine e transfobiche”, con dati preoccupanti.
Parliamoci chiaro, le dichiarazioni delle alte cariche dello Stato sono ineccepibili, inappuntabili e assolutamente giuste. Molto meno la semplificazione ideologica di piazza da parte di “Non Una di Meno” che associa la violenza contro le donne al governo, colpevole per definizione, di rappresentare un’altra idea di società, di modernità, di economia etc. Il male assoluto.
E abbina i femminicidi a quel patriarcato diventato l’unico responsabile culturale del male del pianeta, delle relazioni umane. Il comodo capro-espiatorio.
Cerchiamo di approfondire invece, una problematica molto più complessa, che non va banalizzata ad uso e consumo delle opposte tifoserie, per racimolare un po’ di consenso e di sterile visibilità. E non basta, relativamente alla sfera privata, un provvedimento, tra l’altro bipartisan, che entra in modo grottesco su aspetti intimi relativi e di difficile normazione (il consenso, il dissenso, prima, dopo, durante un atto sessuale). Il toro si deve prendere per le corna.
Innanzitutto, c’è un grande pericolo: la ritualità di certe giornate della memoria e di denuncia collettiva stancano, creano il famoso “effetto-overdose”. Gli italiani ascoltano passivi ogni anno tante frasi retoriche che generano in tv, sui social e sui giornali soltanto ipocrisia. Ipocrisia da parte dei politici, degli intellettuali, dei giornalisti etc.
Non lamentiamoci poi, che le persone che si aspettano concretezza, autenticità e fatti si allontanino dalle istituzioni (uno su due, infatti, non vota più).
Tanto ogni impegno è inutile e dopo la giornata sulla violenza contro le donne, il giorno dopo c’è la giornata della “papera rara”.
Proseguendo il discorso va detto, che “uguaglianza di genere” e “violenza contro le donne” sono concetti che si collegano, ma che non vanno sovrapposti.
Un conto è la parità di diritti, di opportunità, di salario etc, un conto è l’uguaglianza naturale che non esiste (lo scontro in atto è tra biologia e ideologia, tra natura e autopercezione mentale). La violenza nasce, al contrario, dalla rabbia, dalla frustrazione per l’inferiorità oggettiva e per le condizioni ingiuste che condannano troppo spesso le donne a subire nei contesti esterni rispetto alla casa, alla dimensione domestica, che deve essere una scelta, non un’alternativa violenta e obbligata al lavoro, impedendo quell’autonomia economica personale fondamentale per la loro realizzazione.
E nasce soprattutto quando si impone loro un’uguaglianza ideologica rispetto all’uomo che è proprio alla base per reazione di molti femminicidi, a causa dell’insicurezza ormai consolidata del maschio che ha perso il suo ruolo e la sua funzione. Delegittimato dalla società e in famiglia.
Anziché fossilizzarsi sul patriarcato, dovremo andare alla radice della violenza: si chiama tossicità di rapporti. Che parte da lontano.
Parte dal mix “familismo amorale-consumismo-Sessantotto-social”.
FAMILISMO AMORALE. Tradotto, il mito del privato, il primato del nucleo famigliare, la difesa viscerale e morbosa dei cuccioli a prescindere dalle responsabilità e dai reati che commettono, il culto della casa-sovrana, l’ostilità verso il pubblico, lo Stato, le regole (atteggiamento predatorio verso l’esterno). Da chi impara la bambina a fare la crocerossina del maschio e una bambola perfetta per le mura esterne? Dalla madre. Da chi impara ad essere un oggetto di corteggiamento e di continua esaltazione-conferma (modello principessa)? Dal padre. Da chi impara il maschietto ad essere il principino a cui si deve tutto senza fatica? Dalla mamma-chioccia o mamma con la sindrome della “Fata Turchina”.
CONSUMISMO. Il patriarcato non è morto. Si è rigenerato nei migranti e negli italianizzati di religione islamica (basti vedere la loro visione delle donne, dei gay, dell’aborto), e nel consumismo. Un mondo Disneyland quest’ ultimo, dove persone, corpi e cose sono oggetti da comprare, usare e buttare. Ne consegue che l’altro non esce dall’individualismo e dall’egoismo. L’amore come possesso nasce da qui. “Ogni desiderio deve diventare un diritto”: non è uno dei principi del laicismo, del pensiero liberal e radical? Pasolini aveva ragione quando diceva che “il perfetto consumatore è un divorzista e un abortista”. Idem per l’utero in affitto.
1968. Il libertarismo, il rifiuto dell’autorità in ogni sua declinazione (lo Stato, il potere, il padre, il professore, il poliziotto etc), da un lato, ha condotto alla debolezza dell’uomo nel rapporto con la donna, dall’altro ha spinto proprio l’uomo a recuperare terreno nel modo sbagliato. E altra osservazione, la normalizzazione delle pulsioni dell’io, mantra libertario dei diritti, porta inesorabilmente alla violenza (se frustrata, i limiti considerati inaccettabili). Naturalmente il 1968 è stato pure molto altro, con conquiste condivisibili (il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori, il protagonismo dei giovani).
I SOCIAL. La polarizzazione, la radicalizzazione, la semplificazione del mondo in “amici-nemici”, in “bene-male”, con la violenza della comunicazione da post, da emozione del momento, da frasi non meditate, analisi non approfondite, stanno ulteriormente determinato il clima di odio attuale (sesso, sangue, soldi) che sta avvelenando i rapporti, insieme alla mancanza di una vera educazione sentimentale e civica al rispetto dell’altro.
Ecco, speriamo che ogni ricorrenza speciale non sia l’ennesima occasione persa.
Violenza sulle donne. Basta con le giornate, vogliamo fatti e non fuffa. Le vere cause



