Kiev. Decreto-riarmo e Lega. Quante battaglie nasconde una parola cancellata

giovedì, 1 Gennaio 2026
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Ormai ci si accontenta di una sola parola diversa. Che nel teatrino della politica significa tanto. Specialmente se dietro si nascondono strategie, posture, rendite di posizione opposte e incompatibili (posizioni autentiche o maturate in progress).
E questa è una caratteristica storica del nostro bipolarismo che, in un’eterna logica proporzionale è costretto a moderare sistematicamente le pulsioni particolari dei singoli partiti per farli convivere con gli interessi superiori, di coalizione, e nel caso del centro-destra, di governo.
Prendiamo “il parto cesareo” delle armi a Kiev (il decreto di proroga degli aiuti civili e militari sarà una delle prime spine nel fianco del 2026). Questione su cui la maggioranza si è dilaniata non poco e rischia ancora di incrinarsi. Con Tajani fermamente convinto della continuità delle scelte fatte finora (la difesa militare ad oltranza di Kiev, nel nome dei valori occidentali e della difesa di ogni patria), la Meloni che pur restando in un quadro coerente rispetto alle sue decisioni pregresse, comincia a capire che per restare aggrappata alla propria statura e funzione internazionale deve seguire lentamente e con intelligenza il disimpegno di Trump, abbandonando gradualmente Zelensky al suo destino (in asse con Putin, vittima sacrificale una Ue imbelle e impotente).
E, dulcis in fundo, con Salvini da tempo speculare di fatto a Conte nel bloccare, avversare ogni politica “bellicistica per la pace”.
Un modo elettorale sicuro per intercettare ogni umore e futuro voto, ma un modo pericoloso per disarticolare la compattezza dei rispettivi schieramenti.
La formulazione del decreto in cantiere sugli aiuti a Kiev, come noto, ha visto una elaborazione molto sofferta. Salvini annunciava fuoco e fiamme.
E assente al Cdm dello scorso lunedì (è partito per una vacanza a New York), si è detto soddisfatto per il mutamento del lessico: “Ho visto che si è data priorità agli strumenti difensivi, logistici, sanitari per supportare la popolazione ucraina, piuttosto che ad altro”. Quello che si dice, il potere della grammatica.
Con la sinistra che era convinta di questo riallineamento del Capitano (“tanto alla fine si accoda”).
Ma Salvini ha un problema interno, e vedremo quanto sia anche qui un gioco delle parti, per accontentare tutti.
Roberto Vannacci e Claudio Borghi hanno invitato a votare no al provvedimento, pure se emendato formalmente da terminologie e finalità militari.
Il Generale ha invitato a non approvarlo quando approderà in Aula; e Borghi ha detto che non lo voterà (il primo, infatti, è europarlamentare).
Ineccepibile Vannacci: “La strategia adottata finora ha prodotto morte, distruzione, instabilità, caro energia e declino economico europeo, senza fermare l’avanzata russa. E nel frattempo risorse fondamentali vengono sottratte a sanità, sicurezza, lavoro, pensioni, infrastrutture, ricerca. No a fondi pubblici bruciati mentre i problemi reali restano irrisolti”.
Più sfumato il discorso di Borghi, perché è stato lui a condurre i negoziati con gli alleati, ma la sostanza non cambia. E lui vota.
La sinistra ovviamente, mette benzina sul fuoco, evidenziando le distanze interne al centro-destra, pensando di cancellare le proprie fortissime contraddizioni sulla materia-Ucraina. Contraddizioni che hanno aperto e continueranno ad aprire un grande solco per il domani del “campo largo”.
Giorgetti, dominus della legge del Bilancio, riferendosi alla posizione dei “ribelli”, ha detto che lui esegue gli ordini del segretario (come se non avesse mai avuto problemi con Salvini).
Ma Vannacci non è un semplice iscritto. E’ il vice-segretario del partito. E quindi, la partita, in prospettiva, si annuncia interessante. Ne va dei destini della Lega. Un’ulteriore carne al fuoco sulle divisioni tra nordisti, sovranisti, storici, governatori e nuovi arrivi pesanti e pensanti del Carroccio.

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