Effetto-referendum (e non solo). La virata a sinistra di Forza Italia. Decisa dall’alto

domenica, 12 Aprile 2026
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“Sforza Italia”. A forza di sforzarsi ci chiediamo, cosa resta del partito fondato da Silvio Berlusconi, delle sue idee, della sua linea politica?
Perché è del tutto evidente che stiamo assistendo anche in casa azzurra a un regolamento di conti che parte da lontano e che va oltre il semplice rimpasto post-sconfitta referendaria. Una “guerra” non solo interna che sta colpendo i vertici odierni e gli amici odierni dei vertici.
Non è passato inosservato il dissenso su una battaglia storica voluta proprio dal Cavaliere. Il 17% di elettorato azzurro che ha votato No, contribuendo a bocciare la riforma-Nordio, la dice lunga su un disagio strutturale, ideologico e di posizionamento. Quasi un’insofferenza a 360 gradi. E anche qualche dispetto di troppo, finalizzato a indebolire la competitor Meloni. Esattamente la strategia di Salvini. Della serie, fratelli coltelli. Alla faccia dell’unità proclamata urbi et orbi.
Ma poi, infatti, a furia di indebolire la “regina” il castello rischia di saltare. E’ questo ciò che si vuole?
Il “coltello” dalla parte del manico ce l’hanno i figli di Silvio. Sono i finanziatori, i garanti, i registi di ogni passaggio. Ed è noto che vogliano spostare il partito verso un’area più riformista, progressista e laicista. E malgrado le apparenze da tutelare, le dichiarazioni rassicuranti a mezzo stampa e gli equilibri economici da mantenere, considerino superata o superabile l’esperienza di governo a guida Fdi. Specialmente ora che Fi si candida a diventare il secondo partito della coalizione. Un ago della bilancia che può pendere ovunque: un governo di transizione, un governo elettorale, tecnico o di future larghe intese.
Ipotesi A: restare aggrappati per l’anno che resta all’anatra zoppa-Meloni, sfiancandola e incassando i profitti dopo il voto nazionale.
Ipotesi B: se l’emergenza energetica e bellica e non solo, dovessero continuare, dare subito una spallata, in accordo col Quirinale e l’opposizione.
Ipotesi C: la via graduale, trasformando sul piano organizzativo il partito, smontando lentamente i pezzi fedeli al centro-destra. Al momento, tale strada sembra quella avviata.
Antonio Tajani finora ha tentato di resistere, conciliando una sorta di postura “liberal-conservatrice-cristiano-riformatrice”, la cui sintesi, il Ppe, già come posta, appare complicatissima ed esoterica (tutto e il contrario di tutto).
Il suo merito è stato non far morire il partito dopo la fine terrena di Berlusconi e con un’abile campagna acquisti, aggregando molti mondi e ceti politici moderati, tanto da far risalire le percentuali del partito, superando la Lega.
Emblematica la sua frase “noi siamo quello spazio da occupare tra la Meloni e la Schlein”. Che si può leggere in due modi opposti: portare l’acqua al mulino della maggioranza di governo; o accontentare i figli di Silvio per tentare di guidare la mutazione genetica azzurra.
E qui si capiscono i piccoli colpi d’ala, estranei al Dna della destra e al programma di governo condiviso dalla maggioranza degli italiani, come lo jus scholae, l’eccessiva avversione verso ogni forma di sovranismo, e la stessa elezione del rappresentante dei giovani, Simeone Leoni, che all’atto dl suo insediamento, ha pronunciato un discorso (ovviamente consentito e approvato) più da Pd, radicali e universo-Lgbtq. Giovane imbeccato, tanto per salvare capra e cavoli.
Ma sul suo futuro in un’intervista Marina Berlusconi è stata esplicita: “Lo ringraziamo, è stato fondamentale per una prima fase”. Come dire, ora passiamo alla nuova fase, con facce nuove. Guarda caso, lo stesso concetto utilizzato per defenestrare Maurizio Gasparri, da capo gruppo azzurro al Senato, sostituendolo con Stefania Craxi. E lo stesso concetto usato sorprendentemente dal governatore della Regione Lazio Francesco Rocca (in cerca di casacca e di casa, per puntellarsi rispetto alle pressioni istituzionali dei maggiorenti regionali che lo hanno scelto in primis, Paolo Trancassini, questore Fdi della Camera e capo supremo laziale).
E adesso tocca a Paolo Barelli, capo gruppo alla Camera. Un altro amico di Tajani (inviso sempre agli Arcore-boys), e al suo posto il “gradito” Enrico Costa (preferito a Giorgio Mulè), che viene da Azione, il partito di Calenda. E il che ci fa capire lo spostamento. E soprattutto lo smontare scientifico di tutti i pezzi vicini al centro-destra, incasellati da Tajani.
Sì perché, non c’è due senza tre (Roberto Occhiuto aspetta al varco).
Domanda: sarà servito l’incontro di quattro ore negli uffici Mediaset tra lui, Marina, Pier Silvio Berlusconi, Gianni Letta e Danilo Pellegrini, amministratore delegato di Fininvest?
Il commento di Marina è stato il solito: “Confermiamo la fiducia”. Ma se c’è bisogno di confermarla, significa che balla.
Una cosa è certa, Fi2.0 è già sulla pista di lancio. Costi quel che costi. Gli stessi programmi Mediaset ormai pullulano in modo maggioritario di ospiti, conduttori, giornalisti di sinistra. Laddove i contrari sono pochi e spesso non competitivi.
Qualcuno ha dimenticato la vendetta dell’azienda nei confronti della premier (il fuorionda sospetto che ha danneggiato Andrea Giambruno), colpevole di voler taglieggiare gli extraprofitti delle banche?
E lo smottamento progressista non si ferma al centro, pure nelle Regioni c’è una certa animosità.
Prendiamo il “caso-Umbria”. Francesco Ferranti, attuale vicepresidente della Provincia di Terni, reo di aver collaborato con Bandecchi, in coerenza con una legittima decisione elettorale relativa alle scorse regionali (quando lo stesso sindaco di Terni, leader di Alternativa Popolare, ha appoggiato la leghista Tesei), ha subìto gli strali romani al punto da essere sospeso.
Ma cosa accadrà ora che Stefano Bandecchi ha clamorosamente riferito (argomento da approfondire in sede giudiziaria) che una stretta collaboratrice di Raffaele Nevi, vice-capogruppo vicario a Montecitorio e portavoce nazionale del partito, è stata a spese in una sua società?
Chi è “intelligente col nemico”, quindi, scagli la prima pietra.
Ma dato legale a parte, anche qui, il segno palese di uno smottamento interno e di una scure progressista che si abbatte su chi non è gradito.

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