La narrazione di una Spagna capace di sottrarre all’Italia ingegneri, laureati STEM e brevetti non trova conferma nei dati. Madrid attrae soprattutto lavoratori e imprenditori dei servizi, mentre dipende fortemente dai turisti stranieri. Per questo le ritorsioni di Sánchez rischiano di colpire anzitutto l’economia spagnola.
Diciamolo chiaramente: la Spagna non sta svuotando l’Italia dei suoi migliori ingegneri, scienziati e inventori. Questa rappresentazione, ripetuta per descrivere Madrid come nuova capitale europea dell’innovazione, confonde la crescita dell’emigrazione italiana con la sua effettiva composizione professionale. La grande maggioranza dei laureati STEM italiani continua a lavorare in Italia. A cinque anni dal titolo, solo una quota intorno al 10% risulta occupata all’estero, si può ridurre ma su 10 che brillano, solo uno espatria. Quando i laureati partono non scelgono prevalentemente la Spagna: il 91,2% rimane in Europa, dirigendosi soprattutto verso Germania e Svizzera, seguite da Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Regno Unito. Le Americhe nel complesso assorbono appena il 4,5%. Esiste una narrazione sugli espatri da smontare.
La Spagna raccoglie circa il 9,6% dei laureati italiani (solo 1% con lauree scientifiche) occupati all’estero: una presenza significativa, insufficiente però per parlare di trasferimento in massa della nostra élite scientifica. Gli ecosistemi più attrattivi per ricerca industriale, tecnologia avanzata e alte retribuzioni restano soprattutto quelli tedeschi, svizzeri, britannici, olandesi e statunitensi e comunque il 90% di questi laureati rimane in Italia.
Ancora più fragile è la tesi dei “brevetti italiani trasferiti in Spagna”. Altra bufala creata sui social. Un brevetto non emigra insieme al suo inventore: può essere depositato in più Stati, appartenere a una multinazionale o essere attribuito al Paese di residenza del ricercatore. Per dimostrare una fuga tecnologica servirebbe incrociare nazionalità e residenza dell’inventore, titolarità dell’impresa, qualità e citazioni della privativa. I dati disponibili non individuano alcun corridoio privilegiato Italia-Spagna.
Passiamo ai dati reali. Alla fine del 2025 lavoravano regolarmente in Spagna 204.700 italiani, contro i 72.842 del 2015. Quasi 161 mila erano dipendenti e oltre 42.700 autonomi. Non si tratta di ricercatori impegnati nei laboratori o di ingegneri trasferiti nei grandi centri brevettuali, ma di una comunità inserita soprattutto nel commercio, nella ristorazione, nel turismo, nella comunicazione, nelle attività professionali annesse e nei servizi alle imprese.
È capitale umano prezioso, ma funzionale alla specializzazione economica spagnola: un sistema fortemente dipendente da turismo e terziario. Gli italiani hanno portato professionalità, cultura dell’accoglienza, capacità imprenditoriale, ristorazione e servizi di qualità, contribuendo all’internazionalizzazione dell’offerta spagnola.
Madrid non ci sottrae quindi una Silicon Valley. Assorbe lavoratori e imprese italiane che rafforzano proprio il comparto sul quale la Spagna ha fondato una parte decisiva della propria crescita.
Nel 2025 la Spagna ha ricevuto 96,8 milioni di turisti internazionali, con una spesa di 134,7 miliardi di euro. Nello stesso anno i residenti spagnoli hanno effettuato 175,7 milioni di viaggi, ma l’87% è rimasto entro i confini nazionali. Soltanto il 13%, pari a 22,8 milioni di viaggi, ha avuto una destinazione estera. La spesa degli spagnoli all’estero è stata di circa 23,6 miliardi: meno di un quinto di quanto i visitatori stranieri hanno portato in Spagna. È un’asimmetria enorme. La Spagna esporta relativamente poca domanda turistica (il Pil spagnolo pro capite infatti langue, dimostrazione plastica della fittizia crescita relativa derivata da naturalizzazioni e servizi turistici) e ne importa una quantità gigantesca.
L’Italia occupa una posizione tutt’altro che marginale. Nel 2024, 5,4 milioni di italiani hanno visitato la Spagna spendendo circa 5,1 miliardi di euro. Eravamo il quarto mercato estero per numero di arrivi. In direzione opposta, gli spagnoli rappresentavano appena il 2,5% circa delle presenze straniere nelle strutture italiane.
Anche la presenza stabile è sbilanciata: in Italia risiedono circa 30 mila cittadini spagnoli, mentre gli italiani che lavorano in Spagna superano quota 204 mila. Le due misure non sono perfettamente equivalenti, ma descrivono con chiarezza la diversa intensità del rapporto.
In questo quadro, la decisione di Pedro Sánchez di rispondere ai controlli italiani con verifiche sui viaggiatori provenienti dall’Italia non dimostra forza. Dimostra scarsa comprensione degli interessi spagnoli.
L’Italia ha introdotto controlli selettivi legati alla sicurezza e alla crisi migratoria apertasi a Ceuta. Madrid ha trasformato la questione in una ritorsione politica, rischiando di danneggiare compagnie aeree, aeroporti, alberghi, ristoranti e attività commerciali spagnole.
La differenza strutturale è lapalissiana, da una parte una nazione industriale del G7, dall’altra uno stato medio a livello continentale che ha la ferrovie Alta Velocità italiane e le produzioni industriali per lo più tedesche. L’Italia dispone di una base manifatturiera, industriale ed esportatrice articolata. La Spagna dipende maggiormente dai flussi turistici e da servizi che possono contrarsi rapidamente davanti a crisi, restrizioni o perdita di fiducia.
L’Italia porta in Spagna autonomi, imprese (che sviluppano il territorio, sono proattive ed esportano modelli), professionalità, milioni di turisti e miliardi di euro. Non riceve un contributo spagnolo equivalente né sul piano del lavoro stabile né su quello turistico.
Sánchez può continuare a raccontare una Spagna moderna che attrae il meglio dell’Italia. I numeri mostrano una realtà diversa: Madrid beneficia soprattutto del nostro capitale umano nei servizi e della nostra capacità di spesa. Ostacolare questi flussi non mette in ginocchio l’Italia. Colpisce il settore più esposto dell’economia spagnola.
Prima di minacciare Roma, Sánchez dovrebbe quindi guardare i conti e presidiare meglio i propri confini, magari utilizzando meglio le proprie forze armate. La propaganda può costruire una prova muscolare; il conto finale, però, rischiano di pagarlo Madrid e le imprese spagnole, oltre al popolo, che attualmente ha capito il gioco del premier spagnolo.



