Si possono giustificare sommosse, devastazioni pubbliche, rapine, saccheggi, incendi ovunque, per un semplice episodio, brutto, intollerabile, come quello che ha riguardato la morte di Nahel M., figlio di una magrebina e di padre sconosciuto, colpito a morte da un poliziotto (poi arrestato) durante un controllo a Nanterre, nella banlieue parigina, fermato alla guida di una Mercedes a noleggio, e successivamente ucciso (secondo le prime ricostruzioni), quando è ripartito?
Ripetiamo, un episodio increscioso, negativo, sbagliato, anche se parzialmente giustificato dal clima di terrore e di guerra civile, che si respira nelle estreme periferie francesi, dove la sovranità dello Stato è inesistente e qualsiasi “incursione” da parte della Polizia, sembra un’occupazione straniera.
E cosa fa la sinistra politica, mediatica, intellettuale transalpina e non solo? Gridare allo strapotere autoritario e razzista delle Forze dell’Ordine, consigliando addirittura di scendere a patti con i boss di quartiere, per tenere a bada gli insorti, che strumentalizzano ogni episodio cruento, per ergersi a vittime e organizzare rappresaglie a 360 gradi, modello Floyd-Usa.
Sta di fatto che da giorni assistiamo alle prove tecniche di una rivoluzione. Città oltre Nanterre messe ferro e fuoco. Con la madre della vittima, Mounia, diventata nuovo simbolo iconico delle proteste.
E Parigi sembra impotente. Come ha reagito il “sovrano-repubblicano” Macron? Ha parlato di mere strumentalizzazioni e ha invitato i genitori a tenere i propri figli a casa, visto che nei cortei si sono infilati tantissimi giovani dai 12 ai 16 anni, evidentemente convinti di partecipare ad un mega video-gioco.
Del resto, i “casseur”, coloro i quali approfittano di ogni tensione per rompere, sfasciare e deturpare gli oggetti e i soggetti istituzionali (banche, parchi, macchine, negozi, vetrine, strade etc), sono una tradizione consolidata in Francia.
Ma un punto bisogna pur farlo. La Francia sta implodendo: dentro casa, all’estero, in Europa, in Africa. Da decenni assistiamo ad una profonda crisi di sistema. L’impianto gollista repubblicano, sia dal punto di vista economico, sia elettorale (sistema a doppio turno, che blinda per definizione i vertici e non consente quasi mai la partecipazione delle nuove forze politiche dal basso, che diverrebbero un elemento di rinnovamento e di sfiato delle pulsioni e fibrillazioni sociali), ha esaurito la propria spinta propulsiva.
E c’è un dato ancora più endogeno. Il crollo culturale e funzionale dello Stato bonapartista, del primato del pubblico, della burocrazia, del centralismo, dei questori, dei prefetti, e dell’assimilazione laica dell’immigrazione.
Un Dna che poggiava sulla Grandeur francese, oggi soltanto un mito passato e incapacitante.
Uno Stato senza identità e una democrazia senza identità non reggono. Non è sufficiente la legalità, l’accoglienza, il Welfare.
Allo stato attuale non c’è una Francia, ma tante France. Come nel 1789: la Francia borghese-giacobina-repubblicana delle città e la Francia profonda, vandeana, cattolica tradizionalista, monarchica. Una dualità attualizzata nello scontro odierno tra i borghesi delle metropoli che “pensano alla fine del mondo” e i cittadini delle province che “pensano alla fine del mese” cioè, la genesi dei gilet gialli. E ancora: uno scontro duale che vede contrapposti i garantiti, i tutelati e i diseredati delle periferie, i non integrati di terza e quarta generazione, oppure chi è indifferente rispetto alle pensioni e chi non accetta la pensione a 64 anni. E di altri esempi se ne potrebbero fare a migliaia.
A questo punto è ovvio che la morte del giovane Nahel è stata unicamente un pretesto per la scintilla sociale, per esprimere un disagio pregresso e irrisolto, che si è trasformato in rabbia.
Che farà Macron? Si comporterà come Luigi XVI? O cercherà di mutare rotta? Tanto comunque avrà sempre dalla sua la stampa. Proviamo a immaginare la stessa repressione della Polizia a Mosca. Verrebbe descritta come l’ulteriore prova dell’autocrazia di Putin.



