Meloni di nuovo in forma. Un 2024 all’attacco

venerdì, 5 Gennaio 2024
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Meloni, un ritorno in scena all’insegna dell’autorevolezza e della vivacità. Chi aveva malignato sul ritardo della conferenza stampa di fine anno è stato sonoramente smentito. La premier risponde senza tentennamenti alle 45 domande dei giornalisti, ammiccando ai quesiti più scomodi e dispensando sorrisi, battute e scapaccioni, non solo agli avversari ma anche ai suoi stessi amici di partito.

L’impressione che comunica la premier è quella di una leader sicura di sé e ben salda al comando. Il governo appare in salute, nonostante i retroscenisti dipingano ricorrentemente una compagine attraversata da “tensioni” tra alleati che sarebbero sempre pronte a esplodere. Né ci sono dossier che sembrano impensierire o mettere in imbarazzo la Meloni. Dal Mes ai balneari, dal premierato ai migranti, dal Patto di stabilità ai rapporti con l’opposizione, dagli extraprofitti delle banche alla vicenda Verdini, dal presunto “familismo” al caso Pozzolo: la voce della premier non conosce mai pause, cedimenti o nervosismi. Questa conferenza stampa è servita anche a sfatare l’idea che Giorgia abbia un cattivo rapporto con la stampa. Dalla Meloni arrivano cordialità e affabilità, condite da frequenti momenti di ironia.

L’anno appena passato (pur irto di difficoltà e disavventure) non l’ha insomma indebolita. Se qualcuno è più debole è semmai l’opposizione, che non è riuscita a trovare un minimo di unità, con una Elly Schlein affetta da amletismo e ineffabilità, con un Giuseppe Conte che continua a coltivare destabilizzanti progetti egemonici sull’intera sinistra, con Antonio Calenda e Matteo Renzi che hanno già sciolto il loro sodalizio, mandando in soffitta il progetto neocentrista del terzo polo.

Ma procediamo per ordine. E cominciamo da quella che, alla vigilia, appariva come la vicenda più imbarazzante per la Meloni, cioè il caso del deputato Emanuele Pozzolo che se ne andava in giro la notte di Capodanno con un piccolo revolver in tasca causando involontariamente il ferimento del 31/enne figlio di un agente della scorta del sottosegretario Andrea Delmastro. Su questa vicenda, sia detto per inciso, la stampa d’opposizione ha confezionato paginate su paginate dall’inizio dell’anno a oggi. La premier liquida il caso in poche, secche e inequivoche battute: «È stato deferito ai probiviri del partito e, in attesa. sospeso». Meloni ha anche affermato di essere «rigida» sui comportamenti «irresponsabili» della sua classe dirigente.  E qui è partito pure lo scapaccione a una parte dei suoi: «In FdI non tutti capiscono le responsabilità che abbiamo». Il riferimento non è solo a quegli esponenti che hanno dimostrato una certa superficialità negli ultimi mesi, ma anche a quei parlamentari che se la sono data a gambe, tornandosene nei luoghi di residenza, nei giorni della festa di Atreju.

Anche l’altro caso esploso in questi giorni, cioè l’accusa di corruzione per Alberto Verdini, non ha fatto trovare impreparata la premier: oltre a sottolineare che i «lobbisti con me non passano», la Meloni ha anche dispensato Matteo Salvini dal rispondere in aula come hanno chiesto le opposizioni: non è tenuto a farlo perché «non chiamato in causa». A stretto giro è arrivato anche l’apprezzamento della Lega: «Giorgia Meloni -si legge in una nota del Carroccio – conferma a tutto campo la compattezza della maggioranza e la piena sintonia nonostante fango, attacchi e falsità»

La premier ribalta sulla sinistra l’accusa di egemonismo riguardo alla presunta “occupazione” della Rai: «Ho letto accuse di regime. Ma FdI, unica opposizione ai tempi di Draghi, era l’unico partito non rappresentato in Rai. E il Pd, con il 18%, aveva occupato l’80% dei posti in Rai. Io sto solo cercando di riequilibrare il servizio pubblico». Mossa da judoka anche riguardo all’accusa mossa da Conte che il governo si sarebbe rimangiato l’idea di tassare gli extraprofitti delle banche: «Il M5S è cintura nera negli aiuti alle banche». Nel merito del provvedimento, la Meloni precisa che il governo ha solo offerto la possibilità agli istituti di credito di non pagare il tributo a condizione che tengano come riserva una somma pari a due volte e mezzo quanto dovuto allo Stato. E ciò al fine di disporre di più capitali da offrire a cittadini e imprese.

I temi politicamente più scottanti non la impensieriscono. Il Mes? «Strumento obsoleto». Il Patto di stabilità? «Sono soddisfatta, anche se non è quello che volevo».  I rimbrotti di Mattarella su concorrenza e balneari? «L’appello del Presidente non rimarrà inascoltato e su questo occorrerà valutare nei prossimi giorni con i partiti della maggioranza e con i ministri interessati l’opportunità di interventi chiarificatori». La legge “bavaglio”? «Non vedo bavagli, perché i giornalisti stavano sotto Palazzo Chigi e non sotto il Parlamento visto che la norma non è di iniziativa del governo?». Immigrazione? La premier ha precisato che il problema non è solo il ricollocamento ma anche la collaborazione con i Paesi di provenienza. La Meloni ritiene che il Piano Mattei sia un modello anche per gli altri Paesi europei  e annuncia che, alla prossima Conferenza per l’Africa, verranno illustrati i vari progetti nel concreto.

Non poteva infine mancare un riferimento agli attacchi personali riguardanti la sorella. Dopo aver affermato che queste accuse di familismo cominciano a «stufarmi», Meloni precisa che Arianna è da 30 anni una militante: «Forse la dovevo mettere in una partecipata statale come fanno gli altri? L’ho messa a lavorare al partito».

Ma la battuta più bella riguarda la frivolezza della sinistra odierna: «Hanno scambiato Chiara Ferragni per Che Guevara».

Così parlò Giorgia Meloni facendo il bilancio del suo primo (o poco più) anno di governo. I critici diranno certamente che la premier poteva fare di meglio. Ma il meglio, come è noto, è spesso nemico del bene. E l’Italia ha bisogno innanzi tutto di concretezza. Una qualità che, piaccia o non piaccia, a Giorgia non manca davvero.

 

 

 

 

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