Dallo “stronza” dato a Giorgia Meloni ad opera del governatore campano Vincenzo De Luca, indignato per essere stato beccato circa l’uso corretto dei suoi fondi (la questione dell’autonomia differenziata, che presuppone il controllo centrale degli importi destinati agli Enti Locali), e “l’andate a lavorare”, tuonato dalla premier, fino agli scontri verbali in Aula, di mercoledì scorso, non si tratta più di una semplice postura del momento, ma di una tendenza oggettiva, consolidata e purtroppo irreversibile.
Stiamo parlando del definitivo funerale della comunicazione politica classica, che presupporrebbe sulla carta correttezza e perfetta grammatica istituzionale, rispetto per l’interlocutore, per l’avversario-non nemico e dialettica democratica. E stiamo alludendo all’irrompere sanguinolento della comunicazione emotiva, figlia della rete, dei social, espressione della pancia, del sesso-sangue-soldi, della frase a effetto, dove si perdono desolatamente i confini del civile confronto democratico, relegati al tempo che fu.
Basta osservare e analizzare le frasi dette nel corso del dibattito tenutosi alla Camera per capire che siamo a un punto di non ritorno, alla fase finale del populismo mediatico, diventato ormai patrimonio collettivo.
Lo scontro tra destra e sinistra ha assunto, infatti, la forma e la sostanza di un teatro grottesco, a metà tra il comico e il drammatico, dove le frasi e le parole serie sono solo contorno, mero giardinaggio.
Entriamo nella cronaca. La Meloni che quando parla il Verde Angelo Bonelli, prima colloca platealmente il suo astuccio rosa sul banco, poi legge e sottolinea i fogli che ha di fronte (tecnica di depistaggio), ignorando gli strali del suo competitor di sinistra; e infine, quando la polemica divampa, nasconde il suo viso nella giacca grigia del tailleur, fino a far scomparire la testa, cosa vuol dire? Vergogna, scandalo, pena, ridicolaggine, delegittimazione psico-fisica di Bonelli. Concetti che, al contrario, potevano essere espressi tranquillamente nella replica, seguendo le regole parlamentari e non le pulsioni gestuali.
Altro esempio. Tanto per enfatizzare esteticamente le incomprensioni tra la Meloni e Salvini (fiction che fa comodo solo alla sinistra, la quale gioca storicamente sulle divisioni, valorizzando l’antagonista della vittima prescelta, in quel momento vincente, per arrivare al vero obiettivo, oggi la premier), Davide Faraone (Italia Viva), quando vede il leader della Lega arrivare in Aula e sedersi vicino alla presidente del Consiglio, che grida “bacio, bacio”, in omaggio a una trappola mediatica, cosa vuol dire? Se il bacio la Meloni e Salvini non se lo fossero dati, sarebbe stata la prova del dissidio intestino nel centro-destra e della loro insanabile rottura. Se per caso se lo fossero dati, come è accaduto, è stata la prova della sceneggiata napoletana tanto in voga nell’odierna politica virtuale. Insomma, una strada senza uscita.
E’ noto, infatti, che il gesto è molto più efficace di ogni messaggio parlato.
E ancora (sempre dall’Aula di mercoledì). La Meloni si è rivolta all’opposizione, provocando: “Ragazzi, vi vedo nervosi”. Apriti cielo. I deputati di sinistra, così attenti alle parole, alle definizioni ideologiche (la presidente, il presidente, gli asterischi, i bagni neutri per i trans etc), che vengono chiamati ragazzi, come dentro una macchiettizzazione paternalistica, subito corretta bonariamente dalla premier: “Noi romani ogni tanto diciamo ragazzi”. Trilussa docet.
Una comunicazione che solo saltuariamente torna ai contenuti. Sempre la Meloni ha risposto alla Schlein sul sostegno all’Ucraina: “Non ho avuto bisogno di arrivare al governo per garantire il sostegno a Kiev, non ho due facce”, alludendo al problema interno al Pd della Schlein, costretta a diversificare ambiguamente le sue posizioni politiche, tra l’appoggio all’Ucraina e la neutralità sulle armi.
Ma l’estremismo da social l’ha raggiunto Conte. Evidentemente inviperito per i continui riferimenti comici alla sua pochette, ha ribaltato (eterogenesi dei fini): “Meloni viene in Parlamento a fare battute sulla mia pochette quando uno dei suoi senatori si è permesso di fare battute omofobe su Macron? Ma cos’è la vostra politica estera, un copione comico? Lei è il premier o un capo-comico? Lei ci porta alla terza guerra mondiale”. Un crescendo rossiniano di battute, fino al messaggio politico (le armi e l’appoggio incondizionato a Zelensky).
Conte dimentica una massima sempre valida: in ogni critica c’è un’autobiografia.
E cosa ha detto di allarmante il succitato senatore, oggetto degli strali del capo grillino? “Macron, Femmineo con pruriti muscolari”, una frase pronunciata da Roberto Menia di Fdi. Simpatica e “amabilmente” ossimorica.
Dobbiamo intenderci, o l’ironia vale sempre o non vale mai. La sinistra non può essere la bandiera della satira, delle superiorità etica, quando sul banco degli inputati c’è la destra (vista come la bandiera della cafonaggine, del becerume, dell’ignoranza, dell’incompetenza e dell’impresentabilità), appalesando invece, una sorta di permalosità quando i contesti si rovesciano. Altrimenti finirà che Crozza diventa capo del governo.
Per quanto riguarda la violenza mediatica (che può andare in tutte le direzioni, dalle ripercussioni devastanti), il dato è tratto e non si torna più indietro. La comunicazione politica ha portato il teatro in parlamento e nella società e ha lasciato al teatro le analisi e la dialettica seria.



