Non è questione di scegliere o di scontro all’ultimo sangue tra tecnologia, modernità e passato, scuola dell’Ottocento; ma c’è molto di più.
Da professore universitario di media, società e politica condivido assolutamente lo stop ai cellulari in classe stabilito dalla circolare del ministro Valditara che riguarda la scuola dell’infanzia e le medie. Mentre tablet e computer potranno essere usati sotto la guida del docente.
Perché tablet e computer sì e telefonini no? La spiegazione è proprio nella loro evidente diversità. I tablet e i computer mettono al centro le lezioni, le materie, la scuola e l’insegnante. I cellulari mettono al centro i ragazzi, le loro pulsioni e (il vero dato) le loro famiglie.
E qui sta tutta l’abissale differenza pedagogica tra questi strumenti, ben oltre le ragioni spiegate dal ministro: “Telefonino, sinonimo di cattiva didattica”.
E’ noto che già i ragazzi più grandi, se si annoiano in classe, tendono a distrarsi, molti di loro addirittura copiano i compiti avvalendosi delle infinite potenzialità e applicazioni che offrono gli smartphone.
I più piccoli, invece, sono ancora molto esposti alle ingerenze famigliari. Ben inteso, nessuno intende impedire a un genitore di vigilare quando i figli sono fuori dalla scuola. Oggi infatti, i pericoli sono aumentati esponenzialmente rispetto a prima. Ma la questione è più profonda e coinvolge la famiglia come prima cellula educativa che da decenni educa sempre meno.
La verità è che i cellulari in classe sono una comodità per i genitori; servono unicamente a placare le ansie da controllo specialmente delle madri, visto che troppi padri sono assenti o al massimo, fanno gli “amiconi dei figli”.
Stiamo parlando della “famiglia Disneyland”, ossessionata dal mondo esterno, che vede solo drammi, che disegna per i propri membri un mondo fatato, ideale, eternamente infantile, pieno di cartoni animati (gli immancabili animali da compagnia, cani e gatti modalità-peluche); un mondo domestico asettico, lontano dal male, dalle prove che al contrario, costituiscono e alimentano la vita reale e facilitano la crescita di tutti. Genitori che si sostituiscono ai figli, fanno i compiti, tolgono ogni stress, litigano con i professori “cattivi” e arrivano fino a fare ricorsi al Tar quando c’è una bocciatura o un brutto voto, vissuti come insopportabile ingiustizia.
Dove andremo a finire con genitori giustificazionisti che fanno come mestiere “i sindacalisti dei figli”?
Non ci lamentiamo poi, se i risultati sono quelli che vediamo quotidianamente: infanti viziati, individualisti, senza slanci, passioni, ambizioni, paurosi, che vivono nel virtuale comodamente seduti sul divano (con le dovute eccezioni).
La circolare del ministro, inoltre, fa riferimento alla manualità da riscoprire: tanta scrittura con le mani (carta e penna) e diario di classe, quello di un tempo.
Una manualità che non esclude però, l’ausilio di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.
Ultima riflessione: l’effetto positivo di tale direttiva. Il ritorno alla separazione fisica e valoriale tra la scuola, come spazio pubblico (dove la responsabilità attiene al corpo docente e alle figure istituzionali previste), e la famiglia, come spazio privato (la cui responsabilità spetta naturalmente ai genitori).
Le sovrapposizioni degli spazi (si legga ingerenza delle famiglie), non sono utili né alla didattica, né al futuro degli stessi ragazzi.



