Il Tribunale di Roma, come noto, non ha convalidato il trattenimento dei 12 migranti in Albania, perché “i Paesi da cui vengono non sono sicuri”.
La premier Meloni ha risposto da par suo con un decreto che modifica la lista dei Paesi sicuri che, così come è oggi rende praticamente inapplicabile l’esternalizzazione dell’accoglienza dei migranti. E vedremo ora se, ad esempio, il caso-Egitto e il caso- Bangladesh (totalmente o parzialmente insicuri) saranno risolti, Tunisia compresa (non solo le libertà, la sicurezza, ma anche la questione dei diritti civili).
Durante la conferenza stampa seguita al Cdm il ministro Piantedosi ha spiegato che la lista dei paesi sicuri (sono 19, tre in meno rispetto ai 22 iniziali), “diventa norma primaria e consentirà ai giudici di avere un parametro rispetto a un’interpretazione ondivaga. Rispetto all’elenco abbiamo escluso il Camerun, la Colombia e la Nigeria”.
Una disputa che la dice lunga su uno scontro che non è come può sembrare giuridico o tecnico, ma prevalentemente politico; e che deve arrivare a una soluzione certa senza compromessi di sorta.
Se prevarranno in futuro certe interpretazioni dei magistrati non sarà più possibile alcun reimpatrio e quindi, tutti i migranti potranno venire da noi, e poi magari la sinistra giudiziaria, politica e giornalistica, diciamo noi, sarà responsabile dell’impossibilità futura di gestire un’onda umana che sicuramente (salvo poche eccezioni), sarà sinonimo di devianza, spaccio e delinquenza. Vulnus che ovviamente, la Schlein o Conte ribalteranno su Palazzo Chigi.
Se invece, il governo continuerà a tenere duro, riprenderà la politica di smistamento dei migranti clandestini e illegali all’esterno di quei confini nazionali che un’altra parte di magistratura ritiene inutili e superabili nel nome di un umanitarismo globalista e di un diritto internazionale preminente che, al contrario, finalmente l’Europa (dalla Von Der Leyen al premier inglese Starmer), comincia a valutare come possibile modello da seguire.
Ma i dubbi circa una soluzione di compromesso sono molti. Specialmente se si considerano le indicazioni della componente (sinistra) delle toghe, che nero su bianco (lo scandalo dell’email, come riportato dal Tempo e postato dalla stessa Meloni), vede la premier come “un pericolo peggiore di Berlusconi”.
E purtroppo le dichiarazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella non lasciano posto alla speranza. Nel suo intervento al Festival delle Regioni ha invitato le istituzioni a collaborare, a non far prevalere posizioni faziose e a trovare sintesi e mediazioni.
Il messaggio del capo dello Stato, va detto, sembra studiato apposta per non bilanciarsi. E’ un discorso da arbitro che però, può andare in ogni direzione: sia un monito alla Meloni a non debordare rispetto al potere esecutivo, scavalcando il potere giudiziario, e al ministro Nordio che ha ritenuto la sentenza del Tribunale di Roma “un’inaccettabile esondazione delle sue competenze”; sia rivolto forse a quella magistratura troppo rigida nei confronti di Palazzo Chigi, ma molto attiva nello stoppare leggi e provvedimenti bollati di fatto “come autoritari”, su materie delicate, tipo immigrazione, sbarchi e utero in affitto all’estero legittimato in patria secondo “i migliori interessi del figlio”.
Con questi chiari di luna la pacificazione istituzionale sarà mai possibile? Crediamo di no, finché ci sarà un governo di destra oggettivamente “sgradito”.
Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia l’ha fatto capire chiaramente (nell’intervista a “8 e mezzo” su La7): “La magistratura non segue i governi”; concetto assolutamente legittimo, ma tra le righe ha aggiunto: “La Costituzione è progressista”. Ma non è rigida?
Se, tanto per approfondire, restano nella nostra Carta articoli come il 138 che blinda lo status quo legislativo e frena numericamente ogni riforma, o come il 29 che riconosce la famiglia come società naturale (argomento che viene saltato da sentenze opposte, si pensi alle famiglie arcobaleno, ai diritti dei gay, alle adozioni e ai figli ottenuti all’estero con la pratica della gestazione per altri etc), o infine, come l’articolo 11 che impegna l’Italia a ripudiare la guerra e promuovere la pace. Limitandoci all’ultimo articolo, la domanda sorge spontanea: come mai le toghe non bocciano mai leggi contrarie a questo articolo, come il rifornimento di armi all’Ucraina, giustificato da una guerra difensiva-offensiva?
E ancora: se la maggioranza del parlamento decide di mutare la Costituzione (è nelle sue facoltà), che deve fare la magistratura? Visto che il potere giudiziario esegue le leggi, non può entrare nel merito, né prima, né dopo. Se lo fa è pura ingerenza giacobina (da sindrome di Tangentopoli), che non si giustifica con la pretesa ingerenza della politica (le frasi di Salvini) sulla magistratura.
La palla ora a Mattarella: se firma o non firma il decreto emanato dal Cdm.
E qui ci sarà un’ennesima puntata della storia infinita.



