Atreju. Enfasi, successo, ma sui valori comuni, oltre la Meloni, c’è ancora da lavorare

lunedì, 16 Dicembre 2024
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Da Atreju alla realtà, dal “Regno di Fantasia”, come ha ironizzato la Schlein, alla “Repubblica della politica” che invece, è fatta di numeri e dati reali.
Da tempo, infatti, la kermesse di Fdi non è più soltanto un’importante occasione di incontro e confronto tra i giovani del partito e il resto del mondo, ma parallelamente alla sua crescita elettorale, si è trasformata in un luogo centrale e nevralgico del dibattito nazionale (si è visto nei giorni romani, con le corpose presenze trasversali che hanno caratterizzato i panel, dai ministri ai cosiddetti avversari, dagli intellettuali, ai sindacalisti ai giornalisti che contano, dagli esponenti esteri ai rappresentanti delle imprese). Luogo centrale specialmente adesso che la Meloni è la premier di un governo che afferma essere “stabile”, in virtù di una maggioranza “coesa e unita sui valori”.
E poi, una fiera e lusinghiera visibilità, grazie alla nuova veste della stessa destra, che sempre più si identifica negli annunci con un progetto conservatore moderno, lasciandosi alle spalle nostalgie e impostazioni superate (nonostante la strumentale ossessione anti-fascista della sinistra).
Alcune riflessioni post-festa. Si accusa la Meloni di fare comizi distanti dalla verità. Ma l’attuale comunicazione è ormai tutta una narrazione. E la narrazione, che riguarda ogni partito, non è la bugia, ma l’interpretazione dei fatti finalizzata al consenso.
Quindi, nessuno sfugge, né sfuggirà mai, a tale regola. Inutile polemizzare su un argomento così demagogico e astratto. Che ha dimostrato di non fare breccia presso gli italiani (i sondaggi pro-Palazzo Chigi parlano chiaro).
La questione più interessante è semmai, “la coesione” della maggioranza. Sarebbe stimolante e pedagogico analizzarne i contenuti sostanziali.
Tradotto, come fanno e faranno anime così diverse ad amministrare con continuità il potere che per definizione devono essere omogenee (la governabilità coerente dipende dalla omogeneità culturale)?
Si può e si potrà in futuro individuare una autentica sintesi tra liberali, sociali, statalisti, liberisti, europeisti, euroscettici, cattolici, laici, solo per limitarci a qualche distonia (problema ovviamente, speculare a sinistra)?
Basta la risposta che ogni partito, per patriottismo identitario e logiche di bottino, ha l’obbligo distinguersi per allargare il proprio target? Come dire, Fdi incarna i conservatori-popolari, Fi i moderati laicisti, l’attuale Lega (non senza lacerazioni interne) i sovranisti doc, ex sovranisti padani? Magari si vince alle consultazioni ma poi non si governa.
La coesione sui valori, non la loro massificazione o azzeramento nasce da qui. E su questo, il centro-destra pare ancora lontano dall’obiettivo.
Agli osservatori e a molti cittadini, sfugge ad esempio, l’idea complessiva di società (al di là degli annunci) del governo (è quello che resterà nella storia). Quale Dna: legge e ordine, sicuritario, solidale, patriottico, europeista, liberale, sociale?
Tajani nel suo intervento ad Atreju ha spinto molto sui valori comuni. Ma non sembra che gli azzurri siano molto organici alla coalizione a guida Fdi. Basti pensare all’eccessivo laicismo che esprime sui principi etici, o all’eccessivo garantismo sulle norme restrittive coniate dai vari Decreti, o sulla cittadinanza (la proposta dello ius scholae), o alle differenze rispetto al rapporto con Bruxelles, alla Rai o l’autonomia differenziata.
La Lega oggettivamente è in crisi: riteniamo davvero che le frasi nordiste di Romeo, neo-eletto leader della Lega Lombarda, non suonino come una smentita al nazionalismo italiano “modello-Vannacci”, seguito da Salvini e che interpretino un malessere generalizzato e diffuso con sicure ricadute sul governo? I governatori del Nord, ricordiamo, sono sempre in agguato.
Infine, il partito conservatore che in Italia è al momento un percorso se non un titolo di giornale. Primo, non corrisponde a una tradizione partitica specifica (dall’Ottocento alla Dc non è mai esistito come nome); secondo, per coagulare un elettorato “conservatore” che non coincida esclusivamente con la leadership della Meloni, occorre pure da questo punto di vista, una sintesi solida. Fino a quando gli equilibrismi tra un liberismo alla Milei e la destra sociale reggeranno?
Il lavoro di sintesi tra il cattolicesimo e il liberalismo, tra le libertà individuali e la coesione sociale, tra il pubblico e il privato, i dipendenti statali e le partite Iva, non è cosa da poco. Né sono sufficienti le parole.
E i tempi della legislatura rischiano di compromettere un progetto nobile, ma troppo alto per poter planare. Pure per evitare il giudizio troppo facile espresso da Conte proprio ad Atreju: “Se fossi un italiano che ha votato destra, sulla base delle promesse, sarei deluso: troppo atlantismo fideistico, troppo filo-americanismo, troppo filo-Bruxelles, troppo filo-Kiev (la guerra, le armi), troppi errori a livello di giustizia sociale”.

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