Le parole di Trump. Se “l’America torna” domani l’Europa celebrerà il suo suicidio?

mercoledì, 5 Marzo 2025
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L’America è tornata. Trump nel suo discorso-fiume di un’ora e 40 minuti sullo stato dell’Unione è partito a razzo. Del resto, date le premesse, c’era da aspettarselo. Dopo gli annunci solenni del 20 gennaio (il giorno dell’insediamento), ha elencato i fatti già compiuti. L’America è tornata, come è tornato il tycoon varando un sovranismo senza precedenti.
“In sole sei settimane – ha detto urbi et orbi – abbiamo agito con rapidità per inaugurare l’era più grande e di maggior successo della storia del nostro paese”. Più chiaro di così.
Una velocità facilitata pure da quel presidenzialismo dove l’arbitro è anche capitano. Quindi, pochi impacci, ostacoli e freni (la magistratura “nemica”, però, non manca mai).
Un sovranismo non chiuso, non isolazionista, ma aperto al mondo, nel senso dei meri interessi americani: interessi geo-politici, geo-economici ed energetici. Una nuova acclarata egemonia internazionale, basata sulla legge del più forte, che Trump non si vergogna di esibire muscolarmente. Mentre Biden, per postura ideologica, doveva infiorettarla con una narrazione ipocritamente buonista, globalista, laicista, inclusiva, Lgbtq, incentrata sulla “esportazione della democrazia” che, come noto, negli ultimi decenni ha causato solo guerre (a differenza della diplomazia tosta, pragmatica dei repubblicani garante di pace).
Quella durezza pragmatica plasticamente e mediaticamente appalesata nell’umiliare e bullizzare un Zelensky il quale, dopo aver giocato, come fa da tre anni, alla vittima, si è rimesso a cuccia, scrivendo una lettera molto significativa e sorprendente: ha riconosciuto i meriti degli Usa dichiarandosi pronto a firmare l’accordo sulle terre rare. Alla faccia del sentimentalismo moralista da fiction che ha condizionato tutte le reazioni della sinistra italiana ed europea, guardando a un riarmo Ue insulso e ridicolo.
Lo stesso Zelensky ha capitolato, ammettendo chi comanda davvero.
Ora per lui sono dolori, dovrà cedere lembi della sua sovranità (non senza effetti interni da parte di chi ha combattuto e si è sacrificato per difenderla); dovrà vendere le terre rare e accettare l’interlocuzione col “mostro-Putin”.
Insomma, quella di Trump una marcia vincente, basata sulla lotta alla criminalità, l’immigrazione illegale, la ripresa economica, la ridefinizione dei rapporti con Panama, Groenlandia e Canada (staremo a vedere con quali modalità), i tagli fiscali, i dazi commerciali e in primis, il ritorno alla democrazia cancellando l’odiata cultura woke e la dittatura del politicamente corretto. In un nanosecondo sono stati demoliti i capisaldi della nuova sinistra e del nostro Pd.
Infatti, un primo contagio tra i nostri dem e quelli americani, si è verificato proprio durante l’intervento di Trump ieri: il deputato democratico Al Green è stato espulso dall’aula dopo aver più volte cercato di interrompere il discorso del presidente, accusandolo di non avere il mandato per smantellare i programmi sanitari e scuotendo il suo bastone da passeggio. Altri dem hanno alzato in silenzio cartelli con scritte “Falso”, “Musk ruba” e “È una menzogna!”, e a un certo punto si è alzato un coro “6 gennaio”, in riferimento all’assalto al Campidoglio del 2021.
Non è la fotocopia delle sceneggiate in Aula organizzate dalla nostra opposizione con la Schlein e Conte a guidare il coro? Segno evidente di un’impotenza frustrante e rabbiosa.
Insomma, un vento in poppa. E domani vedremo come risponderà il Consiglio di sicurezza Europeo, per l’ennesima volta scavalcato dagli eventi.
E’ singolare infine, vedere parte della nostra sinistra intellettuale (sovranista postuma), a proposito dei dazi, chiedere alla Meloni di trattare al meglio con Trump. Ma come: non era andata alla Casa Bianca da vassalla?

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