Ormai la politica italiana è impazzita come la maionese.
Una guerra continua e snervante tra destra e sinistra all’insegna dell’ambiguità, della manipolazione e del più becero pragmatismo. Una comunicazione diffusa e strombazzata urbi et orbi, che dovendo accontentare le opposte tifoserie e nello stesso tempo, risolvere competizioni e conflittualità interne, finisce per trincerarsi dietro un equilibrismo precario a metà strada tra la pancia e la furbizia.
Il tema è ovviamente lo scontro consumatosi ieri in Senato (e ne vedremo delle belle in diretta tv pure oggi alla Camera), dove il “corpo mistico della Meloni” è riapparso per parlare, spiegare, la linea internazionale del governo (“considerata nulla, inesistente”), in vista dell’incombente Consiglio europeo, specialmente dopo la telefonata tra Putin e Trump che ha cominciato a stabilire una road map, certamente deludente, ma almeno un inizio.
Uno scontro italico tra sensibilità trasversali, assolutamente normale su argomenti così delicati come la pace e la guerra, con i loro effetti sulla sicurezza e l’economia dell’Europa.
Quello che si è notato, è che dopo i fuochi di artificio annunciati si è votato su risoluzioni frutto di abili camuffamenti lessicali, formali, che la dicono lunga sul gioco dei partiti, che rappresentano target contrapposti, ma che poi per miracolo trovano sempre una quadra. Per difendere i valori? No, le poltrone.
Riassumiamo: Fi e Fdi, sempre sulla carta pregressa, erano e sono sia per il riarmo, sia per la difesa europea. La Lega, è contraria sia al riarmo, sia alla difesa europea.
Dall’altra parte, i grillini la pensano esattamente come la Lega. Il Pd è spaccato, si è visto col voto a Bruxelles.
E allora cosa è accaduto? La bacchetta magica e salvifica. La Meloni è riuscita in una grande operazione di equilibrismo: difesa sì, riarmo no (“Rafforzare la difesa non vuol dire solo comprare armi”; quel “solo”, però, la dice lunga), decidendo di cambiare il piano della Von Der Leyen, inserendo una miriade di postille e distinguo operativi (le infrastrutture, la sicurezza informatica), e qualche deciso no (la forza di interposizione). Un piccolo-grande cambio di rotta che ha fatto felice la Lega che può cantare vittoria.
A sinistra medesima solfa: una mediazione tra anime inconciliabili.
E allora, ai partiti per tenere alta la pressione sanguigna, visto che rischiavano di essere massacrati dalla piazza, non è restato altro che improvvisare le solite sceneggiate via etere a beneficio dello spettacolo per ascoltatori utili idioti.
Insomma, non si è capito e forse non si capirà mai, la differenza “tra difesa e riarmo”. Domanda: come è possibile difendersi senza armarsi, o armarsi senza difendersi?
E ancora: “stiamo con Trump o con Bruxelles”?
La Meloni, fiutando il vento, da abile politica qual è, sta sganciandosi dal perdente Zelensky, e continua a dire che sta dalla parte dell’Italia, avviando di fatto una pratica complessa e difficile di relazione intelligente tra la Ue e la Casa Bianca. Se riesce va in cielo, se fallisce va all’inferno.
Posizionamento ritenuto poco chiaro dall’opposizione, che scende in piazza in pericoloso stato confusionale, visto che ipotizza e lo fa in nome di un’Europa ideologica che non c’è (la sindrome di Ventotene).
Una sinistra che stava con l’America fino a Biden e che adesso odia Trump, ignorando che è sempre l’America. Che democraticamente ha scelto il tycoon.



