Referendum, Renzi suona la carica contro Meloni. E la giustizia? Viene dopo…

venerdì, 31 Ottobre 2025
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La riforma della giustizia è stata appena approvata, ma l’opposizione non ha perso tempo per salire sulle barricate. La prospettiva è l’inevitabile referendum confermativo. La battaglia sarà aspra. E una cosa la si può già dire oggi: di giustizia, durante la campagna referendaria dei prossimi mesi, si parlerà in realtà assai poco.

Almeno questa è l’intenzione di Elly Schlein e compagni. E il motivo è semplice: il campo largo o alleanza progressista (o come vogliamo chiamare il fronte anti Meloni) punta a coprire le proprie difficoltà interne nella comune battaglia referendaria. Che cosa effettivamente comportino, per l’equilibro dei poteri in Italia, la separazione delle carriere dei magistrati, il doppio Csm (uno per i pm e l’altro per i giudici), la nascita dell’Alta corte disciplinare, il criterio del sorteggio per i membri togati dello stesso Csm sono tutte cose che all’opposizione, realmente, non interessano. L’obiettivo del fronte del No è delegittimare il governo in carica e indebolirlo pesantemente in vista delle elezioni politiche del 2027.

Lo strumento privilegiato del centrosinistra (in realtà molta sinistra, con il centro ridotto al lumicino) è il presunto attentato ai princìpi costituzionali che si attuerebbe con questa riforma. Se la premiata ditta Bonelli & Fratoianni evoca la «svolta autoritaria», la leader del Pd attribuisce alla premier l’intenzione di «avere le mani libere per essere al di sopra della legge e della Costituzione».

Chi si differenzia dal coro progressista degli acchiappa fantasmi è quel volpone di Matteo Renzi che sceglie, da parte sua, la strada più insidiosa della personalizzazione della campagna referendaria. Giorgia Meloni – sostiene l’ex premier – dovrebbe dimettersi da presidente del Consiglio nel caso in cui al referendum prevalessero i No e la riforma fosse bocciata dai cittadini elettori. Ecco come Renzi sostiene la sua provocazione in una intervista al “Corriere della Sera”: «Parliamoci chiaro. Se il governo fa una riforma e la impone in Aula impedendo che ci siano emendamenti è chiaro che, se gli italiani votano contro, il governo va a casa. Fare un referendum su un testo scritto dal governo significa chiedere la fiducia, non al Parlamento ma agli italiani. Se perde, Meloni sarà costretta ad andare a casa, certo».

È astuto, il leader di Iv, ma l’idea del voto di fiducia degli elettori nel referendum confermativo di una riforma costituzionale è solo una fantasiosa balla che ha inventato lui.  Renzi parla così facendosi forte della sua esperienza personale, cioè di quando, come tutti sanno, si dimise da premier dopo la sconfitta subita nel referendum costituzionale del dicembre 2016. In tal caso si trattò però di una sua libera scelta, che gli fu imposta dal fatto di aver lui stesso personalizzato il referendum, avendo espressamente dichiarato che avrebbe lasciato la carica di presidente del Consiglio nel caso in cui la sua riforma fosse stata rigettata nelle urne.

La verità è che, all’epoca, Renzi ci teneva a passare alla storia come il grande riformatore della Costituzione e l’annuncio delle eventuali dimissioni non fu altro che un azzardo per aumentare le sue possibilità di vittoria.

Ma oggi il caso è totalmente diverso. E ciò, non solo perché la riforma della giustizia è solo un aspetto particolare dell’azione del governo, ma anche perché questa riforma ha molte madri e molti padri, a partire dal ministro Carlo Nordio.

Certo, una eventuale sconfitta sarebbe un colpo duro per il governo. Ma non un colpo tale da impedire a Giorgia Meloni di portare regolarmente a termine la legislatura rimanendo a Palazzo Chigi.

Comunque, da come si stanno mettendo le cose, la premier può dormire sonni tranquilli. Il fronte del No rischia di appiattirsi sugli interessi di potere dei magistrati. E ciò non farà certo bene a Schlein e ai suoi alleati. I quali appariranno, agli occhi degli elettori, come le mosche cocchiere di una casta, quella appunto delle toghe, sempre più impopolare. Se la sinistra vuole realmente “sfrattare” Meloni da Palazzo Chigi, farebbe bene a lanciare altre sfide e a scegliere altri argomenti

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