Non conviene andare alle elezioni anticipate? No. E per tre motivi

venerdì, 22 Maggio 2026
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Matteo Salvini lo ha detto a mezza bocca, ma lo ha detto: «Se si andrà al voto alla scadenza naturale non lo so, dipende anche dai fattori economici». Da Palazzo Chigi sono stati lesti a smorzare sul nascere la sortita del leader leghista. Ma la tentazione delle elezioni anticipate continua a serpeggiare nella maggioranza.

È una tentazione che nasce dal fatto che, a tutt’oggi 22 maggio, il 2026 è stato un (mezzo) “annus horribilis” per il governo. In questa manciata di mesi è successo di tutto e di più. Giorgia Meloni e i suoi non potevano aspettarsi di peggio: l’aumento dei costi energetici a causa dell’avventurismo trumpiano in Iran, il crollo del “ponte” Europa-Usa che esaltava il ruolo internazionale del governo (oggi la vicinanza con Trump è radioattiva), l’aver mancato di un soffio l’uscita dalla procedura d’infrazione di Bruxelles che costringe Giorgetti a tenere stretti i cordoni della borsa nell’anno che precede le elezioni e poi, ultima ma non da ultima, la batosta rimediata dalla maggioranza nel referendum sulla giustizia che ha tanto ringalluzzito l’opposizione e che ha fatto perdere a Meloni l’aura dell’imbattibilità.

Di peggio non poteva accadere. Al punto in cui siamo -ragionano i sostenitori del voto anticipato- conviene andare alle urne in anticipo. Si eviterebbe in tal modo un altro anno di logoramento per il governo. Le elezioni all’inizio del prossimo autunno -prima non si potrebbero fare- troverebbero l’opposizione in pieno marasma: ancora non si sono messi d’accordo su candidato/a premier che dovrebbe sfidare Meloni. Conviene votare subito anche perché la situazione economica, di qui alla fine dell’anno, non potrà che peggiorare ed è bene pertanto evitare di fare una campagna elettorale mentre il Paese sconta gli effetti di una legge di bilancio tutta (necessariamente) lacrime e sangue.

A prima vista, sembrano argomenti convincenti e sensati. Ma non è così. Andare a votare ora non è affatto negli interessi di Giorgia Meloni e del governo. E ciò per tre valide ragioni.

Primo: le urne anticipate in piena crisi internazionale sarebbero un disastro per l’Italia. I mercati finanziari ci punirebbero severamente. Lo spread tornerebbe a volare. Gli interessi sul debito pubblico graverebbero pesantemente sulla prossima legge di bilancio. La prossima legislatura si aprirebbe davanti a un Paese stremato, impaurito, impoverito e incattivito. Le tensioni sociali salirebbero a livello di guardia (e forse lo supererebbero). Giorgia Meloni farebbe la figura della leader paurosa che fugge davanti alle responsabilità e disperderebbe il patrimonio di autorevolezza (interno e internazionale) che si è conquistata in tre anni e mezzo di attività come premier.

Secondo: non è detto che Mattarella sciolga le Camere. È una possibilità reale, vista l’emergenza internazionale e quella economica. L’Italia non può affrontare la bufera dei prossimi mesi con un governo dimissionario. Serve un governo nel pieno delle sue funzioni, popolare o impopolare che sia. In tal caso, arriverebbe assai probabilmente un governo tecnico o del presidente, con una maggioranza larghissima. Meloni smentirebbe sé stessa, dandosi definitivamente la zappa sui piedi. Le ragioni della prodigiosa crescita di Fratelli d’Italia furono proprio nel suo essere all’opposizione del governo Draghi. Giorgia rischierebbe di riportare il suo partito alla casella di partenza.

Terzo: il governo e il centrodestra hanno tutto il tempo per recuperare posizioni. «Addà a passà a nuttata», diceva Edoardo De Filippo in “Napoli milionaria”. E questa “nuttata”, per il governo Meloni, è destinata comunque a passare. Innanzi tutto, perché Trump è costretto a chiudere quanto prima la guerra in Iran. Non può permettersi di andare al voto di “middle term” con la crisi internazionale ancora in atto. Quindi è prevedibile che la congiuntura economica internazionale migliori per fine anno. Certo, la situazione non potrà tornare normale da un giorno all’altro. Ci vorranno mesi. È per questo che, più tardi si vota, meglio è per Meloni. Conviene a Giorgia andare al voto alla scadenza naturale, cioè nell’autunno del 2027, senza dare retta a chi vorrebbe andare alle urne nella prossima primavera, in concomitanza con alcuni appuntamenti amministrativi e regionali. E poi, fatto tutt’altro che trascurabile, la premier potrebbe riuscire a strappare all’Europa la tanto agognata flessibilità di bilancio. Sia Meloni sia  Giorgetti sono fermamente decisi a non mollare questa partita, pur difficile, con Bruxelles. Se Gorgia riuscisse a portare a casa questo risultato, potrebbe disporre di un ottimo viatico per la campagna elettorale, zittendo il coro assordante, ma sterile, delle opposizioni.

Al dunque, a Giorgia conviene tenere duro. Salvini o non Salvini.

 

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