Giorno dell’Indipendenza. A Villa Taverna la foto cruda. Gli Usa ci sono, l’Occidente no

sabato, 4 Luglio 2026
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Il 4 luglio, una data importante per gli Usa. E’“l’Independence Day” (il giorno dell’Indipendenza). La festività nazionale che celebra l’approvazione della Dichiarazione di Indipendenza, avvenuta il 4 luglio 1776, con cui le tredici colonie americane sancirono la propria separazione dall’Impero britannico, dando così origine agli attuali Stati Uniti d’America.

Ma è una festa per loro o anche per noi?

Fino a pochi decenni fa la risposta sarebbe stata scontata: perché era il frutto dell’esatta corrispondenza tra i valori americani e quelli occidentali (dopo la seconda guerra mondiale, il fascismo, il nazismo). Oggi molto, troppo, è cambiato.

Prova ne è l’evento di Villa Taverna a Roma, in chiaro-scuro. Molti invitati, luccichii, musica, hamburger, molti gli ospiti, ma alcune assenze non da poco al ricevimento ufficiale. Presente, ad esempio, mezzo governo, da Tajani a Salvini fino a Crosetto e Lollobrigida. Meloni invece, ha mandato la sorella Arianna. Non pervenuti tutti i leader del campo largo. Renzi come sempre, non è mancato.

Questo gioco di fantasmi e comparse interessate (modello-Nanni Moretti: “Mi si nota più se non vado?”) è la foto cruda di un problema che attiene agli attuali rapporti, difficili, complessi, contorti, tra l’Italia e la Casa Bianca-gestione Trump.

La sinistra nostrana odia il tycoon (per i suoi capi è il nuovo Hitler), il centro-destra oscilla tra un flebile filo cui pensa di aggrapparsi per recuperare terreno, e la triste realtà. Tradotto, il buco nero che sta separando Roma da Washington e viceversa.
E sopra ogni cosa c’è Trump che bastona i suoi amici che diventano nemici nel giro di un nanosecondo, specialmente se non assecondano le sue mire (instabili).

Bei tempi quelli in cui la premier sperava di ritagliarsi un ruolo privilegiato di ponte tra un’Europa da rinnovare e gli Usa da avvicinare. Mettendo all’angolo i cosiddetti volenterosi, consorteria di perdenti in patria a cui, dopo le note vicende, è tornata.
Il problema è che tale disegno si basava e si basa oggi su schemi morti e sepolti. Paradigmi superati dalla storia.

L’America c’è. Ha cambiato pelle, ma l’istinto e la presunzione di essere l’impero del bene, del giusto e della libertà, rimane. La stessa politica “stelle a strisce” è diventata la patria del populismo, del conflitto, della semplificazione della comunicazione, del leaderismo, dei social usati come clava.

Una polarizzazione “amico-nemico” (migranti, criminalità, globalizzazione etc), “alto-basso” (popolo contro establishment), “sovranismo contro cultura woke e cancel culture”, ormai dominante e irreversibile. Trump incarna la risposta e l’alternativa al pensiero unico liberal e radical.

E in quanto alla politica internazionale, a differenza dei suoi predecessori, la strategia è totalmente giocata e interpretata su meri rapporti di forza, ricatto, minacce e cambiamenti repentini di rotta che sanno tanto di depistaggio rispetto ai veri intenti.
E’ così, prendere o lasciare. E nessuna illusione: dopo Trump gli sopravviverà il trumpismo. Non ci sarà un ritorno ai vecchi valori e alla vecchia politica parlamentare americana, dove repubblicani e democratici, al di là delle ricette specifiche, si assomigliavano.

Oggi siamo di fronte a un nuovo ordine mondiale tripolare, Usa-Cina-Russia, con tanti satelliti intorno e sfere di influenza, tutte a sovranità limitata.
Non è una novità. Pure durante la Guerra Fredda. Ogni volta che l’Italia ha tentato di alzare la testa, con Olivetti, Mattei, Craxi e Berlusconi, è stata ciclicamente rimessa a cuccia. E i debiti del piano Marshall, li abbiamo pagati fino agli anni Novanta.

E se gli Usa ci sono, è l’Occidente che non c’è. Inutile riesumarlo per legittimare la resistenza dell’Ucraina o rimpolpare una Ue senza testa né cuore. Un’aggregazione di interessi lobbistici, burocratici ed economici, priva di unità, esecutivo eletto dal popolo (la Commissione) e senza principi fondanti (ha rinunciato alle radici cristiane).

E qui hanno ragione, specularmente, sia Trump che Putin (anche per interessi non corretti): l’Europa ha tradito i suoi valori che sulla carta riteneva e ritiene di incarnare.
L’Occidente è stata una costruzione astratta per compattare un continente accerchiato dal comunismo durante la Guerra Fredda. E lo schema era semplice: Europa sovrapposta all’idea di Occidente, culla della libertà, dell’anticomunismo e delle tradizioni storiche.
Ma non era oro quello che luccicava nemmeno allora. Gli Usa hanno sempre aiutato i popoli, assorbendone la sovranità economica e utilizzando le fonti energetiche altrui.
Come stanno facendo con l’Iran.

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