Contratto Di Maio, rivoluzione o restaurazione? Mattarella decida

Politica

Contratto a due. Come Camera con vista, anzi svista. La proposta di Di Maio potrebbe essere definita pure “Matteo di lotta e Luigi di governo”, per gli effetti che inevitabilmente comporterà. E questo dubbio amletico la fa da padrone, proprio nel giorno in cui partono ufficialmente le consultazioni quirinalizie che contano davvero (la passerella dei partiti forti).

Ci sono infatti, due aspetti da valutare nel “contratto di governo”, architettato da Di Maio e offerto sia al Pd, sia alla Lega.

1) Innanzitutto tale offerta evidenzia la perdita assoluta di qualsiasi contenuto politico. Si può costruire una maggioranza così eterogenea e scassata da comprendere tutto e il contrario di tutto? Partito democratico e Lega, se ancora esiste una minima coerenza ideologica, sono l’opposto, come visioni economiche, sociali, antropologiche: basti pensare all’immigrazione, alla sicurezza, al rapporto con la Ue, l’economia. Fino a che punto il pragmatismo mascherato da patriottismo e culto della stabilità, possono giustificare il diavolo e l’acqua santa?

2) Traduciamo. Se Di Maio è in malafede, il suo intento è chiaro: continuare l’azione di erosione dei due partiti vecchi e perdenti il 4 marzo scorso, il Pd e Fi. E in questo può essere addirittura speculare alla strategia di Salvini (demolire il Cavaliere). Sfilare totalmente il leader della Lega da Berlusconi, però, vuol dire farsi dire di no, perché condannerebbe Salvini, indebolito nei numeri, ad essere subalterno alla premiership grillina. Piano-b: se l’operazione con lui non va a buon fine, l’obiettivo è cercare voti e ministri presso l’ala collaborazionista (Emiliano) e collista (da Colle), come Orlando e Franceschini, del partito democratico. Ma, in quel caso, Di Maio avrebbe i numeri con un partito diviso in due?

3) Se, invece, il delfino di Grillo è in buona fede, prendendo per buone le sue parole (“Salvini deve scegliere tra la rivoluzione e la restaurazione”), l’appello alla Lega potrebbe veramente aprire una fase nuova della politica italiana. Del resto, Lo Speciale già aveva anticipato in epoca non sospetta le ragioni che militano a favore di una sintesi tra i due partiti. I punti di contatto sono superiori ai punti di distanza. Il possibile “governo populista2.0” potrebbe vararsi sulla medesima idea di immigrazione, sicurezza, anti-Ue, moralizzazione della vita pubblica, tagli agli sprechi, trasparenza e legalità istituzionale, riforma della Fornero, dna anti-caste, mediazione tra il reddito di cittadinanza e la flat tax. Certo, la premiership non è cosa da poco e bisognerà vedere chi dei due rinuncerà all’ambizione individuale o come sembra (piano-C), alzeranno il tiro fino al punto da scegliere una terza figura che possa armonizzarli (Flick o Cassese?).
Una cosa è certa: i due si piacciono e sono giovani. E già si sono studiati e apprezzati nelle fasi istituzionali che hanno preceduto la decisione di nominare i presidenti di Camera e Senato.

La palla ora è a Mattarella. Bisognerà vedere se anche lui tenterà di comportarsi alla Napolitano, optando per la restaurazione e frenando ogni ipotesi di governo populista Lega e 5Stelle, oppure lascerà fare, abbandonandosi agli umori della democrazia (in)diretta. Facendo il notaio della Terza Repubblica. E rassegnandosi al tramonto della destra (Fi) e della sinistra (Pd) classica.

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