Populisti vs liberal. Da Salvini a Marion Le Pen: come cambia la comunicazione

Politica

Prima demonizzata, bollata come lessico nazista, fascista, in una parola, il male assoluto. Al massimo, fino a qualche tempo fa, la comunicazione populista, veniva tollerata come reazione, protesta, provocazione, infantilismo, cattivismo, tanto il politicamente e culturalmente corretto, ossia il pensiero unico, avrebbe sempre prevalso.

Inutile ricordare che secondo le categorie della scienza politica, populismo vuol dire soltanto parlare “direttamente al popolo”, saltando i luoghi e le parole della mediazione, che per troppi lustri hanno coinciso col codice interno del ceto politico (si legga casta), e vuol dire “semplificare” il linguaggio stesso.
E anche quando l’irrompere di partiti e movimenti in Europa in ogni consultazione elettorale, dalla Spagna alla Francia, dalla Germania all’ex cortina di ferro, da ultimo pure in Austria, ha assegnato al fenomeno una collocazione stabile a livello politico, smontando il vecchio quadro istituzionale dei partiti classici (modello anglo-sassone, liberali e popolari a destra, laburisti a sinistra), nemmeno in questo caso i liberal e i radical, alleati degli eurocrati di Bruxelles, hanno ritenuto opportuno cambiare opinione, approfondire, sforzarsi di capire. Analizzare le loro mancanze.

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Per loro si trattava e si tratta, di pensiero e realtà “illiberali”, in omaggio allo schema religioso per cui se non si è liberali si è illiberali, e quindi figli del nazismo, del fascismo, del comunismo. E le etichette dei movimenti populisti europei si sono così, arricchite di altri epiteti ideologici da censura morale: sovranisti nel senso becero, xenofobi, omofobi, sulla base del fatto che tali nuovi movimenti hanno nei loro programmi il primato della sovranità nazionale, la fine dell’immigrazione clandestina, una maggiore attenzione alla sicurezza, un’altra idea di economia e di pubblico (più Welfare, Stato sociale), una forte ostilità nei confronti dell’euro e di Bruxelles, e la lotta alle adozioni gay, l’utero in affitto, il gender nelle scuole e i matrimoni arcobaleno.

Le cose sono cambiate, quando ad esempio, si è insediato il governo giallo-verde. Il premier Conte (autodefinitosi “avvocato del popolo”), ha contribuito a sdoganare il populismo: ricordiamo il suo discorso di insediamento in Parlamento: “Se populismo vuol dire sentire e fare gli interessi del popolo, noi siamo populisti”. Con buona pace di Mattarella.
Salvini, poi, ogni giorno afferma concetti e parole populiste, sovraniste, identitarie. E con una certa veemenza, producendo nell’opposizione mediatica e politica due tipi di reazioni: violenza e sdegno (vecchio format della sinistra, sempre pronta al ruolo di indignata morale, di professionista dell’umanità), ma anche un minimo sforzo introspettivo: e noi dove stiamo sbagliando?

Ecco il punto. La rivoluzione della comunicazione è partita e almeno sta cambiando il paradigma culturale della politica. Questo, al di là degli esiti del governo Conte (la sua permanenza lunga o breve), sarà destinato a durare.
Una comunicazione internazionale che sul terreno della sicurezza, dei confini, della sovranità, dell’immigrazione, parla la medesima lingua.
L’ultima arrivata agli onori delle cronache (ma non è una novità), è la transalpina vandeana, ribelle del Fronte nazionale, Marion Maréchal Le Pen, nipote di Marine, indicata come la possibile sfidante di Macron alle prossime europee.
Da tempo ha promosso un’intensa attività culturale, con la sua scuola di formazione politica, l’Issep, con la quale vuole gramscianamente parlando, contrapporre all’egemonia liberal, laicista, una contro-egemonia sovranista e tradizionalista.

Con parole d’ordine non da poco: “Macron, la casta, disprezza non solo gli italiani, ma anche i francesi. Per lui la Francia è una start-up, l’Europa un mercato, e i popoli un agglomerato di individui interscambiabili e sradicati. La sinistra continua a possedere le grandi leve della cultura, dell’educazione. Ma si è chiusa nel suo salotto autoreferenziale separandosi dalla società reale che diffida sempre più delle sue narrazioni. Vogliamo un’Europa delle nazioni che difenda una civiltà di ispirazione cristiana in lotta contro gli eccessi del liberismo e il dominio della finanza e una politica di sostegno alla natalità piuttosto che ricorso all’immigrazione. Democrazia? Orban ha vinto col 49% dei consensi su una quota del 70% di votanti, Macron è stato il presidente di meno del 50% dei francesi”.

Ecco la prova della democrazia liberale illiberale. Della democrazia antidemocratica. Ecco la prova che alto-basso (popoli contro caste, identità contro globalismo, democrazia politica contro economia e finanza), hanno definitivamente sostituito destra-sinistra.
Vita, famiglia, patria, tradizione, natalità, immigrazione, e soprattutto radici cristiane. Una rivoluzione conservatrice che torna di moda.

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