Migranti. Primo stop a Salvini: i registi dello sbarco

Politica

Si Salvi(ni) chi può. Il ministro degli Interni, facendo la voce grossa sugli sbarchi, gli immigrati, in Europa, sa di avere dalla sua gran parte degli italiani (che ultimamente si sono riscoperti più patriottici), ma sa anche che la luna di miele dura scientificamente 100 giorni e che i governi populisti, per definizione, avendo promesso mari e monti e molto più degli altri, da cui non ci si aspetta quasi nulla (modello-Gentiloni), hanno un problema: devono incassare qualche risultato subito, perché la “strategia degli annunci” ha il fiato corto.

Ieri si è sfiorato il collasso. Non una nuova fibrillazione tra Lega e 5Stelle (che sarà il tormentone estivo, date le differenze tra i due movimenti, appena attenuate dal contratto, sulla giustizia, l’economia, la sicurezza, l’impresa, i diritti civili), ma una sorta di scontro istituzionale, tra ministeri, procure, Marina e Quirinale.
Oggetto del contendere, come noto, la nave Diciotti della Guardia costiera con 67 migranti a bordo. Bloccata dal Viminale, poi sbloccata di sera (è attraccata nel porto di Trapani), grazie ad una telefonata accorata del capo dello Stato Sergio Mattarella al premier Giuseppe Conte.

Una vicenda conclusa (se non ci saranno altre puntate) e più complessa rispetto ad esempio, all’Aquarius: qui non si è trattato di una nave ong, battente bandiera estera, ma di una imbarcazione ufficiale dello Stato italiano, una nave della Marina, che ha risposto, come d’obbligo, alla richiesta d’aiuto della nave Vos Thalassa.

Una vicenda complessa e con giallo: la richiesta di aiuto da parte degli armatori della Vos Thalassa c’è stata quando a poche ore dal rientro in Libia, sarebbe scoppiata una rivolta alimentata da un paio di scafisti. A questo punto, o gli armatori hanno mentito, per velocizzare il trasbordo dei migranti sulla Diciotti o, se hanno detto la verità, i sobillatori, responsabili di parecchi reati, devono essere assicurati alla giustizia. Non come sembra, solo segnalati e quindi di fatto, impuniti.
Logica la reazione di Salvini: “Sono stupito”.

Ma torniamo allo scontro tra poteri. Nelle maglie dello Stato e attraverso gli organi dello Stato indubbiamente, è cronaca, operano soggetti che la pensano in modo differente. E sono i luoghi preferiti, in assenza di una vera opposizione politica, che in questo momento latita (in primis, il Pd), della cosiddetta “opposizione istituzionale” al governo gialloverde. Azione di contrasto che si sostanzia essenzialmente in due modi: pressioni e boicottaggi.

Nella partita sono intervenuti, infatti, molti attori. Ognuno ha giocato per conto proprio: Salvini (ministro degli Interni), che ora schiuma rabbia di fronte all’impotenza di segnare un altro gol; Mattarella (presidente della Repubblica) che ha fatto pressione su Conte (presidente del Consiglio), Conte voleva inserirsi in prima persona, specialmente dopo il summit dei volenterosi a Innsbruck che ha visto pendere la bilancia troppo verso il leader leghista e le sue politiche; i porti che dipendono dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli; la Guardia costiera che dipende dal ministero della Difesa (Elisabetta Trenta non condivide le chiusure e simpatizza apertamente per le ong); la Polizia di Stato che dipende da Salvini e infine, la magistratura (la procura competente guidata da Alfredo Morvillo), che nei confronti degli scafisti si è mossa col guanto di velluto: per ora nessun arresto e nessun fermo.

Per qualcuno è la prima vera sconfitta di Salvini, per qualcun altro invece, si è data a lui, la possibilità di uscire da un vicolo cieco.

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