Nave Diciotti, parla Toni Capuozzo: “Si sta cercando di ridimensionare cosa è accaduto”

Interviste

I sessantasette migranti che erano stati soccorsi dal rimorchiatore Vos Thalassa e poi trasbordati sulla nave della guardia costiera Diciotti, sono stati fatti sbarcare nel porto di Trapani. Sarebbe stato decisivo l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul premier Giuseppe Conte, che alla fine avrebbe autorizzato lo sbarco nonostante l’opposizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il Viminale ha espresso «stupore» per l’intervento del Colle e «rammarico» per la scelta della Procura che al momento non starebbe valutando la possibilità di disporre provvedimenti cautelari nei confronti dei due migranti indagati per violenza privata continuata e aggravata nei confronti del comandante e dell’equipaggio della Vos Thalassa. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito al giornalista, scrittore e blogger Toni Capuozzo, per anni inviato nei principali teatri di guerra e dunque esperto di scenari geopolitici.

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La vicenda della Nave Diciotti si è conclusa pare dopo l’intervento del Presidente Mattarella. Ha fatto bene il Capo dello Stato ad intervenire?

“Diciamo che la situazione era alquanto surreale, visto che eravamo in presenza di una nave della Guardia Costiera, e dunque di una nave militare italiana, che è rimasta in mare per quasi un giorno senza poter attraccare al porto. Nello stesso tempo però va dato atto a Salvini del tentativo di mettere un ulteriore freno, bloccando lo sbarco, alle migrazioni clandestine. Personalmente non mi sento di condannarlo per questo. Se poi guardiamo alle nazionalità dei migranti che erano a bordo, mi pare che uno soltanto provenga da un Paese in guerra che è lo Yemen. L’unico quindi ad avere la piena titolarità di ottenere l’asilo politico. Gli altri in grande maggioranza risulterebbero essere pakistani, marocchini, algerini, ci sarebbero due egiziani e una decina di libici. Risulterebbero addirittura un nepalese, poi sette palestinesi, dodici sudanesi. Il Sudan è sì un Paese in guerra ma i suoi profughi sono riparati in Uganda e non hanno i soldi per potersi permettere il viaggio verso la Libia. Ad occhio e croce mi pare che la stragrande maggioranza di questi, non abbia affatto le carte in regola per ottenere un asilo politico”. 

Non c’è poi anche il discorso degli eventuali reati commessi a bordo della Vos Thalassa prima di essere soccorsa dalla Diciotti?

“Esattamente. Si sta cercando nelle ultime ore di ridimensionare quello che sarebbe avvenuto a bordo della nave ad opera dei due o tre rivoltosi sotto accusa, ma ciò non toglie che, qualunque azione lecita o illecita sia stata messa in atto, è stata comunque sufficiente ad obbligare il mercantile Vos Thalassa ad invertire la rotta, a non puntare verso la Libia ma a chiedere il soccorso della nave Diciotti. E’ la prima volta che si sente parlare di naufraghi che si ribellano. Il problema in questo caso non è costituito dal salvagente, ma dalla tratta. E’ come se io naufrago venissi soccorso da una nave, e invece di ringraziare l’equipaggio che mi ha salvato, pretendessi di essere condotto per diritto verso quella che ritengo essere la mia destinazione ideale. Ora non voglio sostituirmi ai magistrati, sta a loro accertare se siano stati o meno commessi dei reati, ma la vicenda la dice lunga sul carattere, le pretese e l’arroganza di certe persone che ci portiamo in casa”.

Quindi ha ragione Salvini a ritenere “inopportuno” l’intervento del Capo dello Stato?

“Secondo me il problema è a monte. La Diciotti sarebbe dovuta intervenire per mettere in sicurezza l’equipaggio della Vos Thalassa ma non imbarcare i migranti per portarli a casa. Premesso questo, è difficile pensare che ad una nave militare italiana possa essere vietato lo sbarco in un porto italiano. Quindi l’intervento di Mattarella alla fine ci può pure stare, ma ciò non toglie che Salvini abbia fatto più che bene a porre il problema, a battere i pugni sul tavolo e ad aprire un serio dibattito sull’attività, non soltanto delle navi delle Ong, ma anche di quella delle nostre navi militari che rischiano di essere utilizzate come taxi del mare. La rivolta a bordo testimonierebbe che la questione di fondo non è salvare la vita alle persone che rischiano di annegare, su questo siamo tutti d’accordo, ma farle arrivare in Italia”.

Ciò che sta passando in queste ore è che alla fine i violenti l’hanno avuta vinta. Fermo restando che gli eventuali reati dovranno essere accertati, non è però un messaggio fortemente negativo? Non si rischia di consolidare la sensazione che essere migranti in fuga possa costituire un attenuante se si commettono fatti illeciti?

“Non parlerei di rischi ma di realtà. E’ molto difficile non ricordare che da un gommone tempo fa vennero buttati a mare dei migranti di religione cristiana per allegerire il carico. E furono sacrificati in quanto cristiani. Credo non sia nemmeno difficile dimenticare quanti scafisti si sono trasformati in passeggeri facendola franca. E come non ricordare che alcune fra le figure legate al terrorismo islamista, sono sbarcate in Italia proprio inserendosi in mezzo a tante persone che non avevano nulla a che vedere con il terrorismo. Il tutto in virtù di un ricatto morale, ovvero la necessità di non farci trovare di fronte ai corpi dei bimbi morti sulle spiagge. Diciamo che questi migranti si comportano un po’ come il disoccupato che sale sul Colosseo e minaccia di buttarsi di sotto se non gli verrà dato il posto di lavoro e la casa popolare. Alla fine magari ottiene pure ciò che chiede pur di impedire che si butti giù anche se questo significherà scavalcare le graduatorie dell’ufficio di collocamento o degli alloggi popolari creando evidenti ingiustizie. Con l’immigrazione siamo nella stessa situazione”.

Come se ne può uscire?

“Bella domanda! Badi bene che tutto questo è sapientemente gestito dagli scafisti. Ogni volta che c’è una chiusura dei porti o un rallentamento nelle operazioni di recupero, aumentano i naufragi. E questo non è casuale. Se io sono uno scafista e questo traffico di esseri umani è diventata la mia ragione di vita e di ricchezza, nel momento in cui vedo la mia attività a rischio, ho la consapevolezza di poter porre sul piatto dell’opinione pubblica internazionale un’imbarcazione di annegati. Non a caso si continua ad attraversare il Mediterraneo con gommoni di fortuna e non con imbarcazioni adeguate. Finora quello che è anche un soccorso umanitario si è trasformato di fatto nell’anello di una catena schiavista gestita dalle mafie, la nigeriana su tutte, dal momento delle partenze, del soggiorno in Libia e del trasporto in Italia”. 

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