Dl Dignità, Rinaldi: “Vogliono sabotarlo. Ma perché per gli imprenditori è una svolta”

Interviste

Sul Decreto Dignità si accende lo scontro sui dati relativi alla possibile perdita di 8mila posti di lavoro l’anno, inseriti nella relazione tecnica che accompagna il provvedimento. Dati dell’Inps che una “manina anonima” secondo l’opinione dei ministri Di Maio e Tria, avrebbe inserito nella relazione, forse con l’obiettivo di sabotare il Decreto. Lo stesso Tria ha poi affermato che le stime dell’Inps sarebbero prive di “basi scientifiche” innescando un nuovo scontro con il presidente Tito Boeri, dopo quello nato con il Ministro Salvini sull’immigrazione e l’importanza di avere nuovi migranti in Italia. Lo Speciale ne ha parlato con l’economista Antonio Maria Rinaldi, animatore del sito Scenari Economici, docente di Economia politica e da sempre euroscettico.

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Il Decreto Dignità è davvero la via giusta per dare risposte al problema della disoccupazione in Italia?

“Il Decreto è importante, perché va a correggere il Jobs Act soprattutto per ciò che concerne il perimetro del ricorso ai contratti a tempo determinato. Con la scusa di incrementare le assunzioni dal punto di vista statistico, si è proceduto negli ultimi anni ad istituzionalizzare ed incentivare il ricorso al lavoro precario in maniera eccessiva, creando un’evidente distorsione, che questo Governo ha deciso di correggere. Per altro questo impegno è contenuto nel contratto sottoscritto fra Lega ed M5S, laddove si parla esplicitamente di rivedere gli spazi di manovra dei contratti a termine”.

Però nelle ultime ore ha fatto molto discutere il dato relativo alla possibile perdita di 8mila posti di lavoro che per altro ha rischiato di provocare uno scontro fra Di Maio e Tria. Cosa pensa?

“Ritengo credibile la versione della ‘manina anonima’ che nottetempo possa aver inserito nella relazione tecnica dati fuorvianti con l’obiettivo di far saltare il provvedimento. Anche perché questa storia degli 8mila posti di lavoro persi, mi ricorda tanto le tabelline che circolarono in prossimità del referendum costituzionale del dicembre 2016, all’interno delle quali erano contenute previsioni su una consistente perdita dei posti di lavoro e una perdita del Pil del 4%, nel caso di vittoria del no. Numeri che sembravano tirati fuori da una riffa del lotto e che il tempo in verità ha smentito dando ragione a chi, come il sottoscritto, all’epoca parlò di cifre completamente inattendibili. Una cosa è certa: il Decreto Dignità eleva la dignità stessa del lavoratore dopo anni di scarse tutele”.

Cosa c’è in questo Decreto di positivo e cosa andrebbe a suo giudizio rivisto?

“Tutto è perfettibile in Parlamento. C’è un impianto generale elaborato dal Governo, ma essendo la nostra una Repubblica parlamentare tutto potrà essere migliorato nelle aule. Ricordo inoltre che è sbagliato concentrare l’attenzione unicamente sulla parte relativa alla stretta sul precariato. Altro punto secondo me fondamentale, e direi per certi versi rivoluzionario, riguarda la possibilità di erogare sanzioni alle aziende che hanno percepito aiuti dallo Stato e hanno poi delocalizzato la produzione, o a quelle che, pur rimanendo in Italia, dopo aver ottenuto le sovvenzioni, hanno licenziato oltre il 10% dei dipendenti. Disposizioni ottime che muovono dalle esperienze negative del passato. Del resto risulta oltremodo bizzarro che in passato vi siano state aziende, anche di grandi dimensioni, che dopo aver ottenuto vantaggi fiscali e contributivi e altri interessi agevolati, li hanno sfruttati per trasferire la produzione all’estero depauperando il tessuto economico italiano e incrementando la disoccupazione. Mi domando perché certe misure non le abbiano adottate anche i governi precedenti”.

Il Governo sembra cambiare l’impostazione frenando le imprese che negli ultimi anni hanno esagerato con il ricorso al precariato. Ma come risponde a chi dice che meglio un lavoro precario che la disoccupazione?

“Alle aziende mi sento di dare un consiglio non richiesto. Comprendo perfettamente che il lavoro non si possa creare per decreto, ma soltanto rimettendo in moto la domanda interna. Se c’è un governo che ha posto come obiettivo il rilancio dei consumi interni e quindi della capacità delle nostre industrie di produrre di più, a quel punto le nuove assunzioni verranno automaticamente e saranno a tempo indeterminato: perché gli impreditori avranno tutto l’interesse a produrre di più, assumere di più e pagare anche più tasse. Il nodo sta tutto qui. L’obiettivo primario oggi è perseguire politiche tese a rimettere in moto l’economia italiana agevolando i consumi interni. A quel punto come neve al sole di ferragosto si scioglieranno tutti i dubbi e l’imprenditore correrà ad assumere, perché saprà che con più lavoratori potrà produrre di più, guadagnare di più e pagare più tasse a beneficio di tutti. In passato questi elementari principi di economia non sono stati tenuti minimamente in conto”. 

Ma se avesse l’opportunità di intervenire sul Decreto, come agirebbe? Cosa modificherebbe o inserirebbe di innovativo?

“Penso si possano verificare eventuali deroghe per situazioni particolari. L’Italia ha un tessuto industriale molto frazionato, la stragrande maggioranza delle aziende sono micro e piccole imprese le cui esigenze sono molto diverse da quelle delle grandi industrie. Si potrebbero quindi inserire delle differenziazioni per ciò che riguarda il numero dei dipendenti in maniera più marcata. Concedere più flessibilità di movimento alle piccole aziende rispetto alle grandi tornerebbe molto utile. Poi sono favorevole alla reintroduzione dei voucher nel settore agricolo e turistico dove operano in maggioranza attività stagionali, e dove è importante dare ai giovani la possibilità di lavorare, anche magari per pagarsi gli studi. Sempre meglio il voucher, che garantisce comunque una tutela, piuttosto che il lavoro nero”.

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