Europa e no vax. Le marce indietro del governo. Cosa rischiano Salvini e Di Maio

Politica

Dal cambiamento al “dietrofront”. Dai conti pubblici al rapporto con la Ue, dall’economia e dal ponte Morandi fino ai vaccini. Tutti argomenti che hanno solo un nome: marcia indietro. Quello che finora sembrava un semplice gioco delle parti mediatico disputato su due livelli, una combinazione alchemica tra le anime del governo, tra i grillini e i leghisti, e uno scontro-incontro tra ministri ortodossi e ministri amici del Quirinale (Tria), più che altro per inquietare e rassicurare gli osservatori, il Palazzo, Bruxelles e Sergio Mattarella; adesso ha cambiato segno e senso.

Adesso sembra un’altra cosa. Evidenzia anche l’approssimazione del governo, e getta un’ombra sulle capacità e competenze dei suoi principali leader.
Il contratto finora era ed è stato lo spunto e la scusa per sanare ogni frizione. Alle dichiarazioni enfatiche di un ministro (come quello, ad esempio, della Famiglia Fontana), rispondeva magari uno dell’ala tosta dei 5Stelle, notoriamente laicista. Come la Grillo, Spadafora che va ai Gay Pride e dice che sui diritti civili non si torna indietro.

Ma tutto nel quadro di una non belligeranza di fatto e di un patto di non ostilità sancito dall’intesa programmatica. La comunicazione dei due Dioscuri del governo, Di Maio e Salvini, era infatti, come continuerà ad essere fino a che l’esecutivo Conte reggerà, rassicurante, tranquillizzante. “Non è prevista dal contratto, non fa parte delle nostre riforme”.
Dopo una prima fase di sbilanciamento oggettivo verso Salvini, per gli sbarchi, i porti chiusi e il pugno duro per la equa distribuzione dei migranti in Europa, abbiano assistito quasi subito al recupero della visibilità di Di Maio, grazie alla sua felice attività su dossier come l’Ilva, e in primis, sul Decreto Dignità etc.
Una sorta di “competizione creativa” a beneficio dell’esecutivo.

Un equilibrio precario (la Lega viene da una tradizione più liberista, è l’icona e la speranza delle pmi, la bandiera della flat tax, mentre il Movimento è più vicino ad un’idea di rilancio del pubblico, del giustizialismo, dello Stato sociale, cioè il reddito di cittadinanza, e lo si è visto a proposito delle nazionalizzazioni proposte per rivolvere il dramma delle nostre infrastrutture, dopo i morti di Genova), che fibrillazioni a parte, ha favorito la nascita di un’area oggettivamente populista, identitaria e sovranista, data dalla fusione, osmosi tra Lega e 5Stelle. Contrapposta ad un’area liberal e radical che sta prendendo corpo, ossia tra Fi e Pd.

Due leader freschi, virulenti, veloci, che con la competizione riuscivano e sono riusciti al momento, a coprire tutti gli spazi occupabili. Dando l’impressione di una completezza e di una governance globale.
Un equilibrio come detto, precario ma forse fecondo, grazie pure all’azione di mediazione da parte del premier Conte, sempre più presente e notevolmente cresciuto in quanto a leadership, ottenendo dei successi in sede internazionale (da Bruxelles al summit con Trump sulla regia mediterranea).

Tutto questo fino ad ora. Se il governo comincia a fare marcia indietro su ogni argomento rilevante (i vaccini restano obbligatori; i conti saranno rispettati, e i vincoli Ue non superati, l’euro non sarà eliminato, gli immigrati potranno tornare, tanto alla fine Salvini cederà, come in parte è accaduto a proposito della Diciotti, la revoca della concessione ad Autostrade non sarà scontata, non si troveranno le coperture per flat tax, per la riforma Fornero, il reddito di cittadinanza, il blocco dell’aumento dell’Iva), e il governo alla fine, partorirà un topolino, saranno guai seri. Il primo governo populista e sovranista della storia, altro che rivoluzione, si trasformerà in un governo post-berlusconiano e post-renziano.
E non sarà unicamente il passaggio ad una fase moderata, più accettabile, evidenzierà soltanto l’impreparazione e il dilettantismo dei suoi nuovi politici.

Il vulnus del populismo per molti è proprio questo: la realtà. Quando i no devono diventare sì, quando all’annuncio su cui si costruisce il facile consenso, non segue il fatto, la scelta; il boomerang è sicuro. Un boomerang centuplicato, perché cavalcare tutte le aspettative, tutte le proteste, vuol dire poi, 10-100-1000 capestri.
E, vorrà dire, autentica beffa, preparare il terreno al ritorno di quelle caste, di quelle lobby, combattute e sconfitte, nazionali ed eurocratiche, rappresentate dalla sinistra radical, cosmopolita, laicista, europeista, i dem, e una frangia cospicua di forzisti.

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