Def. La partita. Tra Di Maio e Salvini non c’è due senza Tria

Politica

17 settembre e 20 ottobre. Cos’hanno in comune queste due date? La prova del 9 del governo gialloverde. Il 17 prossimo, il ministro “mattarelliano” Tria dovrà redigere il Def (Documento di Economia e Finanza). Il 20 ottobre, sarà finalmente resa nota la Manovra economica. Non sui comunicati stampa o sui tweet, ma sui numeri e sulla pianificazione dei rubinetti economici (la loro apertura o chiusura), si vedrà e si capirà tutto.

La partita vera dell’esecutivo Conte è, e ormai sarà, unicamente sulla realtà, sui fatti, sulle scelte e sui provvedimenti concreti. Per ora, come annunci e marketing post-elettorale, Palazzo Chigi va forte. Di Maio e Salvini, nel gioco di sponda, nel palleggiarsi reciprocamente la palla, tra visibilità anti-immigrati e visibilità-salvifico-lavorativa, vanno forte. I sondaggi sono dalla loro. Per ora, il premier Conte, da semplice notaio a reale “primus inter pares”, sta crescendo, in ruolo, legittimazione e riconoscimenti. Sulle nomine (a cominciare dal commissario di Genova), infatti, è stato chiaro: “Ascolto tutti, ma alla fine decido io”. Abile gioco delle parti? Dimostrazione di una leadership mediatrice in ascesa? Per gli osservatori più informati, tutte e due le cose, ma non cambia molto. Fare la bilancia tra Salvini e Di Maio può essere fecondo e creativo: tra il populismo identitario della Lega, il populismo giustizialista dei 5Stelle, il suo “populismo gentile e istituzionale”, può rivelarsi la giusta sintesi.

Intanto il ministro Tria, pure lui, gioca da pompiere e avverte i mercati e la stessa Ue: “Niente nuovo debito pubblico e il deficit non salirà oltre l’1,6%”. Una politica di rassicurazione con qualche idea-bomba che spunta nella maggioranza: “Una tassa solo per le grandi aziende”. Quelle assistite di Stato, che hanno goduto finora di troppi benefici. L’idea riuscirebbe a conciliare la visione pubblica dei grillini e quella liberista dei leghisti, storicamente dalla parte delle pmi.
Sì, perché il tema è non strappare, non rompere sui rispettivi dna ed elettorati. Aspetto che potrebbe produrre pericolose tensioni nella maggioranza. Anche irreversibili.

La Lega concepisce la flat tax come un mantra e il presupposto per restare al governo, giustificando il contratto atipico con una forza estranea al centro-destra. I 5Sgtelle sono fermissimi sul varo del reddito di cittadinanza, come conditio sine qua non per restare uniti, altrimenti l’unità del Movimento andrebbe a rotoli e la componente di sinistra (Fico e soci) tornerebbero a fare la voce grossa.
Salvini e Di Maio, non è una novità, stanno lavorando per arrivare ad una comunicazione unitaria: smussano gli angoli ed evitano fibrillazioni. Di Maio ha calmato di leghisti: “Dare il reddito non vuol dire dare i soldi alle persone per restare seduti sul divano”, Salvini ha calmato i grillini: “E’ nel contratto, si farà”. Ai posteri l’ardua sentenza.

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