No Tav, sì Tav… il teorema dei costi e benefici colpisce Di Maio e Salvini

Politica

Se prima i temi oggetto di scontro erano veniali, marginali, secondari, al massimo, interpretazioni soggettive del contratto (ad esempio, sulla chiusura dei porti, il blocco della nave Diciotti), poi gradualmente e inesorabilmente, le frizioni tra Lega e 5Stelle sono diventate più evidenti e forti, in quanto figlie del loro dna. Una cronaca sempre più agitata: il Decreto-Sicurezza, non gradito all’ala più sinistra dei grillini, i veleni seguiti alla vicenda della “manina” (l’uso delle spese e delle coperture della Manovra), la differenza abissale sui temi della giustizia (la prescrizione).

Frizioni che hanno minato profondamente il feeling tra i due Dioscuri, Salvini e Di Maio. Una fibrillazione “sentimentale” che si è tradotta in dispetti, dichiarazioni incrociate, messaggi in codice, assenze ingiustificate nei Cdm, indebolendo la leadership di Conte.

E in un crescendo rossiniano adesso la disputa è sulle Grandi Opere, la Tav, il Tap, Alitalia e chi più ne ha, più ne metta.

Finora le partite sono finite con Salvini in vantaggio. Con la sua tecnica nota, alla Trump: alza il vento, estremizza la competizione, si crea un nemico, vede fino a dove può tirare la corda, e poi incassa la reazione. Del tipo, Decreto Sicurezza subito, velocizzazione che ha costretto i grillini a chiedere la fiducia per evitare i primi sintomi di implosione intestina con i propri elettori e parlamentari, ottenendo il posticipo della prescrizione a data da destinarsi (dopo la riforma sul processo breve, riforma come insegna il tema, che non si faranno mai).

Qualche volta Di Maio è riuscito a pareggiare: “A Salvini la sicurezza, a noi la battaglia anti-corruzione”. E non va dimenticato il reddito di cittadinanza, bandiera del Movimento. Ma questa volta lo scontro è più sanguinoso. “Tutte le grandi opere – ha tuonato Salvini – si faranno, dal Mose, al Tap, al Terzo Valico, alla Pedemontana, solo sulla Tav aspettiamo le analisi”.

Una piccola concessione a Di Maio che invece, ha replicato: “No, aspettiamo su tutto”.

Una partita, questa, che dovrà essere disputata fino al novantesimo, anche a costo di diventare una resa dei conti tra Lega e 5Stelle. Il teorema “analisi-costi benefici” non regge più e i grillini dovranno decidere da che parte stare: o con la modernizzazione o con l’ecologismo-legalitario dei no.

La manifestazione di Torino ha rappresentato plasticamente questa divisione antropologica e ideologica. Con la Lega “comprensiva” nei confronti della piazza e tanto popolo grillino (No-Tav) che comincia a ribellarsi contro la casta “grillina”.

Giorni di fioretto, con affondo leghista finale: “L’onestà deve essere sempre accompagnata dalla competenza”. Ciò vuol dire che Salvini preferisce un competente, magari a rischio, che un onesto incapace. E’ il punto dolente dei grillini. E certifica il ritorno dei leghisti al liberismo. Già finiti i tempi aurei del piano industriale post-ponte Morandi, che avevano rimesso al centro lo Stato e il pubblico sul mito del privato, sinonimo di corruzione?

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