Desirèe. I tanti, troppi dubbi sul caso. Le domande da rivolgere ai giudici del Riesame

Politica

Non è mia intenzione entrare nei meriti delle scelte dei giudici. Certamente, agiscono secondo legge e interpretandola nel miglior modo possibile. E’ vero, che per farsi un’opinione definitiva che comunque va rispettata, bisogna aspettare il terzo grado di giudizio, ma una sensazione sul caso di Desirèe si avverte.
E fa il paio con tanti, troppi, simili, casi che sono finiti nello stesso modo.

Riflettiamo infatti, sulle parole usate dal Tribunale del Riesame, non sui significati giuridici. Per i giudici quello di Desirèe Mariottini non è stato omicidio volontario. La loro convinzione è che non è vero che i diretti interessati abbiano accettato il rischio che la sedicenne, come sostenuto dalla Procura, potesse morire a seguito del mix di droghe e farmaci che le venne somministrato ben oltre la sua volontà nell’edificio abbandonato di via dei Lucani, il 18 ottobre scorso. Una convinzione che ha portato ad annullare l’ordine di custodia per il nigeriano Chima Alinno e il senegalese Brian Minthe. Inoltre, sempre per gli stessi giudici, non è corretta l’impostazione dello stupro di gruppo che viene contestata ai due indagati, anche se resta valida quella di violenza sessuale aggravata dalla minore età della vittima e la cessione di stupefacenti.
Una sentenza che rovescia quanto aveva scritto il gip e che ha scatenato la reazione della madre di Desirèe: “Ora diranno pure che era consenziente”.

Ma qualche domanda bisogna farcela: preparare un mix di droghe e farmaci, prima della violenza sessuale, non vuol dire premeditazione? Come si fa a sostenere che questo mix letale non potesse ucciderla o che la sua morte non fosse prevista, immaginata, non fosse una possibilità? E’ come ritenere gli artefici oggettivi della sua morte, quasi degli esseri primordiali, da non capire gli effetti di ciò che fanno. E perché, se non capivano quello che facevano, hanno impedito i primi soccorsi?

E poi, quale è la differenza tra stupro di gruppo e violenza di gruppo? Qualcuno me la deve spiegare, anche in considerazione del fatto che la giovane non era in grado di reagire.
Il tema che resta in piedi è solo che era minorenne e il tutto si riduce a spaccio e detenzione di stupefacenti?
Francamente mi sembra un po’ poco. Condivido in proposito, la tesi dell’accusa: “L’hanno riempita di droghe sapendo di poterla uccidere, infierendo su una persona incapace di intendere e volere”. Tutte aggravanti, non attenuanti, dal mio punto di vista.
E’ vero che non si può fare l’accostamento meccanico tra immigrazione e delinquenza, ma è un dato oggettivo che lo spaccio romano e non solo, sia in mano ai clandestini. E non è un caso che la pratica dello stupro sia molto usata nei loro ambienti d’origine.

La storia del diritto diseguale purtroppo da noi è una triste consuetudine, da “marxismo giudiziario”. Magistratura democratica, fin dagli anni Settanta, sosteneva che un reato commesso nel Sud Italia dovesse essere punito meno gravemente, per ragioni di disagio sociale, rispetto ad un equivalente reato commesso in zone benestanti. E da qualche tempo, se un migrante commette un reato (occupazione di un immobile), viene guardando con una certa indulgenza (l’attenuante del disagio sociale che ricorre sempre). Rispetto ad un italiano.
Ecco, non vorrei e non ho motivi di crederlo, che nel caso dei clandestini di San Lorenzo, si applichi lo stesso criterio.

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