La deriva violenta dei Gilet gialli e l’impotenza di Macron. Ecco la causa

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Cosa è successo ai Gilet gialli? Ogni sabato si danno appuntamento a Parigi, per colpire, sfasciare, distruggere, l’odiata metropoli dei borghesi radical-chic, macroniani che, avendo la metropolitana sotto casa, non risentono degli aumenti del carburante.
Tutti i giornali, a metà tra la comprensione sociologica, paternalistica, e la demonizzazione, si stanno interrogando sulla deriva nichilista e violenta di un movimento che nato dalla rete, come i grillini, sembrava soltanto una realtà anti-casta, la bandiera, come già accaduto, con le marce degli allevatori, dei contadini e dei piccoli commercianti, della Francia profonda, storicamente e ideologicamente contrapposta alla Francia cittadina, laicista, multirazziale e multiculturale.

E nessuno ha trovato la quadra, la giusta risposta. C’è chi parla di nuovo 68, chi di semplice teppismo (altra tradizione transalpina), chi li disegna come gli ultimi spettri dell’assistenzialismo, i garantiti, abituati ai sussidi di Stato, che stanno indietro rispetto alla modernità, al progresso e al liberismo. E c’è chi li accosta ai giacobini, disperati, che non arrivano a fine mese, in procinto di decapitare il re.
E il re in questo caso, su ciò le analisi concordano, è Macron, il cui consenso sta scemando paurosamente, visto ormai come casta, lontano dalla gente. E molto simile all’Ancien Regime. Curioso epilogo per chi, come lui, è stato creato dall’alto per incarnare il rinnovamento, il cambiamento e la rottura dei vecchi schemi politici (socialisti vs gollisti), che tenevano la Francia ancorata al Novecento.

E se Parigi brucia tra saccheggi e devastazioni, e se i Gilet Gialli non riescono a darsi una fisionomia strutturale, al punto che non si sono messi d’accordo nemmeno per formare una delegazione per formulare proposte al governo, Macron appare immobile e impotente.

Un tema che andrebbe approfondito è il limite del sistema francese. Sul banco degli accusati, le istituzioni golliste e il modello elettorale a doppio turno. Un presidenzialismo che spinge troppo il capo dello Stato, nei momenti di conflittualità sociale, ad assumere atteggiamenti polizieschi e autoritari. E un doppio turno che di fatto blinda sempre i partiti di vertice, impedendo al popolo di rappresentare se stesso, e impedendo al paese di fotografare le reali forze in campo. L’esempio dell’inconcludenza parlamentare di un partito spesso maggioritario al primo turno, come il Fronte nazionale, spiega tutto.

E quando non c’è mediazione tra istituzioni e società, quando non c’è incontro parlamentare, lo scontro è inevitabile. Per farsi ascoltare, da parte dei manifestanti, che non hanno nulla da perdere, e per non ascoltare, da parte dello Stato.

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