Hard-Brexit. Ecco gli effetti politici ed economici anche per l’Italia. Parla l’esperto

Politica

L’ipotesi peggiore sta diventando realtà. Il “mostro” sta arrivando e cioè l’uscita di Londra dalla Ue senza nessun quadro legale a fare da garanzia.
Le ripercussioni da oggi in poi, saranno tante, di ordine politico ed economico.
Sul piano politico, il governo della May è destinato a cadere, esattamente come è successo a Cameron. Il voto parlamentare, di cui si è visto l’assaggio sul testo illustrativo dell’accordo raggiunto con Bruxelles, non sarà favorevole all’attuale esecutivo. Gli unionisti nord-irlandesi (la questione delle loro frontiere è una delle spine irrisolte), grazie ai quali si regge, voteranno no. E insieme a loro, parecchi conservatori amici di Boris Johnson, il tosto.

Ergo la May, scontata l’opposizione pure dei laburisti, incasserà una clamorosa sconfitta (salvo sorprese dell’ultima ora). E che farà? Dovrà rassegnare le sue dimissioni e cedere il posto ad un altro premier che verosimilmente traghetterà l’Inghilterra fuori dalla Ue senza accordo. Una hard-Brexit. E non una soft-Brexit.
Non necessariamente le sue dimissioni dovrebbero condurre, però, il Regno Unito al voto. Con Cameron si optò per una soluzione interna alla maggioranza conservatrice. Anche se il sistema maggioritario inglese, impone che la premiership corrisponda alla leadership del partito che vince alle urne. Ma i tory sanno benissimo che se si tornasse al voto potrebbero vincere i laburisti e magari riconvocare un referendum per annullare la Brexit.

Sul piano economico il discorso è più complesso. Chi avrebbe di più da perderci, la risposta è ovvia (si chiede il corrispondente da Londra, politologo, docente universitario ed esperto dell’argomento, Benedetto Ippolito): la Gran Bretagna. Ma anche le ripercussioni sui Paesi europei, Italia inclusa, non sarebbero di poco conto. Vediamole nel dettaglio.
“I commerci fra le due sponde della Manica – afferma Ippolito – tornerebbero a essere regolati dal WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio: questo significa un ritorno ai dazi doganali, stimati del 5,7 per cento sulle merci importate in Gran Bretagna e del 4,3 su quelle in arrivo in Europa. Ciò comporterà un aumento dei prezzi e una perdita di competitività per le aziende che esportano. Verrebbero introdotti anche controlli sui prodotti agro-alimentari. Le ripercussioni maggiori sarebbero sui pescatori inglesi, dato che oltre la metà del pescato britannico finisce in Europa. Un altro problema provocato dall’introduzione dei controlli doganali sarebbe il blocco dei porti. Da Dover passano ogni anno 140 miliardi di merci dirette dentro e fuori la Gran Bretagna, cioè il 17 per cento del totale. Un ritardo di soli due minuti per ogni camion provocherebbe una coda di 47 chilometri: per questo il governo di Londra sta già pensando di requisire le autostrade del Kent per trasformarle in un enorme parcheggio”.

“Difficoltà – continua Ippolito – anche per il reperimento dei medicinali: le case farmaceutiche stanno già facendo scorte ma i depositi refrigerati disponibili sono limitati. Un’altra industria colpita dai problemi logistici sarebbe quella automobilistica: i componenti arrivano dall’Europa e sarebbe difficile continuare a sfornare mille Mini al giorno, come avviene oggi. Anche i giornali soffrirebbero: l’Economist sta stoccando 30 tonnellate di carta, che in questo momento arriva dall’Olanda. La mancanza di un quadro legale renderebbe problematico anche l’import-export di gas e elettricità: la Gran Bretagna fornisce gran parte del gas che riscalda l’Irlanda mentre l’Irlanda del Nord riceve la sua elettricità da Dublino. Notevoli i contraccolpi sui servizi, che rappresentano il 31 per cento dell’interscambio britannico con l’Europa. Le banche di Londra perderebbero il diritto di operare in Europa: ed è per questo che stanno già stabilendo delle teste di ponte a Dublino, Parigi o Francoforte. Nel complesso, la Gran Bretagna perderebbe da 5 a 10 punti del Pil nei successivi 5 anni”.

“Si stima – conclude Ippolito – che l’Italia soffrirebbe di meno: ma dipende dai settori. Il nostro Paese ha infatti un saldo commerciale con la Gran Bretagna largamente attivo, cioè esportiamo più di quello che importiamo. Le nostre aziende che hanno come sbocco il mercato britannico si troverebbero in sofferenza a causa dei dazi: molte di esse sono piccole aziende che operano nell’agroalimentare e che avrebbero difficoltà ad adattarsi rapidamente. Ci sono anche aziende che hanno la Gran Bretagna come unico mercato estero e che vedrebbero compromessa la propria operatività, con conseguenze inevitabili sui posti di lavoro”.

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