Caso Vannini e fam. Ciontoli, Meluzzi: “Può esserci una trama diversa, mai considerata”

Interviste

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Il procuratore generale della Corte d’Appello, nell’ambito del processo di secondo grado per l’omicidio di Marco Vannini avvenuto a Ladispoli il 18 maggio del 2015, in seguito ad un colpo d’arma da fuoco che sarebbe partito accidentalmente dalla pistola del suocero Antonio Ciontoli, ha chiesto la condanna per omicidio volontario a carico dell’uomo (già condannato a 14 anni in primo grado) della moglie e dei figli, Federico e Martina (fidanzata di Marco) condannati invece a tre anni per omicidio colposo. Secondo l’accusa tutta la famiglia avrebbe ritardato volontariamente i soccorsi, pur consapevoli della gravità delle condizioni in cui versava il ragazzo, per evitare guai ad Antonio nell’ambito di una strategia condivisa da tutti. Ora si dovranno attendere le repliche della difesa. Lo Speciale ne ha parlato con lo psichiatra e criminologo forense Alessandro Meluzzi. 

Condivide la tesi dell’accusa che chiede di rivedere la sentenza di primo grado e punta il dito sulle responsabilità dell’intera famiglia Ciontoli?

“C’è un concetto nel nostro ordinamento che si chiama dolo eventuale. Se mi trovo di fronte ad un evento di cui ho consapevolezza che possa avere come effetto la morte per omicidio volontario e mi metto nelle condizioni di accettare questa eventualità, allora mi pongo in pieno concorso con il reato stesso. Se vedo che qualcuno ha commesso un fatto che rischia di provocare la morte di un’altra persona e non faccio nulla per evitare che questa possa morire, assumo il dolo eventuale e mi prendo la piena responsabilità della mia azione. Il concetto di dolo eventuale ci consente così di estendere la responsabilità a tutti quelli che non hanno posto in essere gli interventi necessari per salvare la vita al povero Vannini”.

Però la sentenza di primo grado esclude il concorso in omicidio volontario, lasciando intendere che la moglie e i figli di Ciontoli non fossero pienamente consapevoli della gravità della situazione in cui versava il ragazzo. Perché non la convince questa tesi?

“Guardi, qui le cose sono due: o la vicenda ha avuto un decorso completamente diverso rispetto alla narrazione ufficiale e ci troviamo a giudicare un depistaggio, oppure siamo in presenza di un livello di dilettantismo e di irresponsabilità senza precedenti, considerando anche cheAntonio Ciontoli lavorava per i servizi segreti. La prima tesi non è stata presa minimamente in considerazione dagli inquirenti, quindi non ci resta che propendere per la seconda, andando ben oltre la preterintenzionalità e la colpa”.

Federico Ciontoli ha dichiarato in aula che in quel momento non era possibile agire diversamente, quindi di non rimproverarsi nulla, rifiutando l’etichetta di “mostro” che i media gli avrebbero affibbiato. Come risponde?

“Aspettiamo l’esito del processo di secondo grado, ma il non aver chiamato subito l’ambulanza penso basti a smentire ciò che dice. O meglio, secondo quanto sostenuto dall’accusa, l’avrebbero prima chiamata e poi fatta tornare indietro di fronte ad un ragazzo agonizzante. Non so cosa sia successo in quella casa, ma mi pare evidente il tentativo di nascondere le circostanze pensando addirittura che il proiettile fosse uscito senza un foro di uscita. Come è possibile che un uomo dell’intelligence commetta un errore tanto grossolano? Oppure c’è stato il maldestro tentativo di estrarre con il pettine a coda l’ipotetico proiettile rimasto nella spalla che invece aveva attraversato tutto il torace danneggiando il cuore?”

In base alla sua esperienza in campo criminologico che idea si è fatto della vicenda?

“Guardi, come detto le ipotesi sono due: o il racconto coincide con quello fatto da Antonio Ciontoli nel momento in cui si autoaccusa, o la trama è completamente diversa. La responsabilità dello sparo rimane in capo a lui che si è assunto ogni colpa, a meno che dietro la stessa autoaccusa non vi sia il tentativo di coprire dinamiche diverse mai prese in considerazione. Sta di fatto che se io ferisco involontariamente una persona sono obbligato a soccorrerla e non posso trascurare il salvataggio per timore di pagare le conseguenze del mio gesto. E’ come l’uomo al volante che investe una persona e scappa. Non a caso è stato introdotto il reato di omicidio stradale”.

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