Tav. La risposta sbagliata di Salvini a Di Maio e Di Battista

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Dov’è l’errore di Matteo Salvini? La retromarcia sulla Tav. Innanzitutto l’opposizione mediatica e partitica la smetta di evidenziare le differenze, le divisioni in seno al governo gialloverde, parlando di ferite irrimarginabili, fibrillazioni profonde destinate a far cadere Conte. Fa il gioco degli avversari. Cade nella trappola.

L’accentuarsi delle cosiddette posizioni “incompatibili” tra Lega e 5Stelle, al contrario, fa parte di un’unica offerta politica delineata apposta, in vista delle prossime consultazioni europee: i due partner stanno occupando o rioccupando tutti gli spazi, interpretando governo e opposizione insieme, solo per fare il pieno di voti (5Stelle di lotta e di governo, Lega di lotta e di governo). E infatti, nella rappresentazione degli scenari elettorali la Lega incarna la destra, Conte il centro e i grillini la sinistra. Un gioco delle parti perfetto.

Un “polo populista pigliatutto”, che non concederà nessuno spazio agli altri, condannati ad essere o doppioni (Fdi) o totalmente fuori schema (Fi e Pd).
Ma c’è un ma: gli annunci troppo veementi e altisonanti, le bacchette magiche a fronte di pochi fatti, alla fine stufano. E il popolo italiano, come noto, è molto liquido e umorale: premia e punisce in poco tempo. Si affida al salvatore di turno, gli fa fare il lavoro sporco, gli proietta tutte le sue aspirazioni e frustrazioni, e poi se qualcosa va storto, lo divora (Berlusconi, Renzi lo hanno imparato a loro spese); dimenticandolo per un po’, per poi magari riabilitarlo in mancanza di alternative.

Se c’è una cosa che il leader populista non può e non deve fare è chiedere scusa, far capire alle sue truppe e ai cittadini che fa annunci a vuoto, che cambia idea, ritratta, e che la percezione dei temi su cui ha chiesto e ottenuto i voti, era ed è una fiction e che la verità è un’altra.
Di fronte ad un Di Maio che spara a salve sulla Tav: “Non si farà finché siamo noi al governo”, e di fronte ad un Di Battista che spara a pallettoni, “se la Lega intende andare avanti con quel buco inutile, torni da Berlusconi e non rompa i c….ni”, Salvini come ha replicato? “Troveremo come sempre una soluzione”. Smentendo le sue precedenti frasi che andavano nella direzione opposta: “Per la gente del Nord un no alla Tav è inaccettabile”.

E’ la sindrome del “pallone sgonfiato”, che rischia di vanificare la sua immagina per ora virile e decisionista. Del resto, il vice premier, nell’ultimo mese, ha già abbassato la cresta, nel nome del pragmatismo e della legittima fedeltà al contratto, su argomenti a lui cari, come ad esempio, le soluzioni umanitarie dopo il blocco dei porti, facendo vincere la partita, se non alle Ong, certamente ai grillini, a Conte e alla Chiesa.

Ecco quindi le regole di comunicazione, ricordate anche da Paolo Di Stefano, che Salvini, come tutti i leader populisti, non può ignorare, pena il suo tramonto immediato: usare frasi lapidarie, e non argomentate, ossia privilegiare sempre la semplificazione e non la complessità; enfatizzare rabbia e desiderio a partire dai tweet o post, con i puntini esclamativi e le maiuscole; alternare trionfalismo e allarmismo (si pensi ai risultati del governo e al timore per immigrati e delinquenti), e mai dire “ho sbagliato”, “mi scuso”; inventare e usare in modo ossessivo parole proprie (come “non mollo”, fine della “pacchia”), senza preoccuparsi della correttezza grammaticale, ormai i congiuntivi sono un optional. Infine, essere sempre sicuri di sé, virili, assertivi, fare gli eroi-vittime di fronte allo scherzo, alle polemiche, agli insulti.
Salvini, quindi, sta rischiando.

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