Italia-Francia in guerra. Le condizioni di una pace impossibile

Politica

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La cosa più sensata l’ha detta Di Maio. Visto che si parla tanto di libera circolazione degli uomini e delle merci (tradotto, il mito globalista e del cittadino del mondo), allora perché lamentarsi della libera circolazione delle idee? Ergo, possiamo dire la nostra su tutto. Sconfinando pure la forma diplomatica.

Una bella prova di eterogenesi dei fini. I suddetti miti democratici funzionano solo a senso unico: per legittimare l’immigrazione, l’estensione dei diritti civili (ultimo caso il Venezuela), magari la colonizzazione (francese) in Africa, ma non al contrario.
La guerra tra Francia e Italia, del resto, è cosa antica. Un manifesto e irreversibile rapporto di amore-odio, di competizione tra “cugini-coltelli”, fin dalla famosa pugnalata alla schiena di Mussolini.
E ha fatto bene Salvini a rilanciare le condizioni di una possibile pace: la restituzione di quei terroristi che da decenni la Francia ospita nel nome della solidale e proletaria “dottrina Mitterrand” (che ha impedito l’estradizione di parecchi guerriglieri di sinistra – naturalmente nessuno di destra – in quanto ritenuti vittime di inchieste persecutorie e in considerazione della scarsa umanità delle nostre strutture carcerarie); l’impegno a non sconfinare come è successo in varie occasioni in prossimità dei nostri confini e a non chiudere le frontiere come ha fatto a Ventimiglia.

La verità è che i due paesi sono in campagna elettorale. E purtroppo alcuni dei dirigenti transalpini, come Moscovici, sono ancora (per poco) alti dirigenti (Commissari) della Ue. E come tali hanno bocciato pregiudizialmente e ideologicamente l’Italia (e la sua Manovra), in quanto primo paese europeo ad esprimere democraticamente un governo populista.

Una ruggine consolidata. E poi, c’è un altro aspetto che nessuno sottolinea. E’ cambiato il modo di interloquire tra governi e istituzioni. Il populismo mediatico e politico hanno introdotto una rivoluzione: le felpe, i simboli, le parole, i rapporti diretti, la personalizzazione, l’amico e il nemico. Un meccanismo che non tornerà indietro.

E allora i francesi, campioni di Illuminismo, dovrebbero imparare dalla società, dalle nuove categorie che sono “alto-basso”: popoli contro caste. Se non comprendono questo non capiranno nemmeno il dna della rivolta dei gilet gialli, la loro spina nel fianco. Il nascondersi dietro un’ipocrita comunicazione estetica (tra ambasciatori) non serve a nulla.
Anche perché con l’ossatura della Quinta Repubblica, i politici transalpini rischiano di restare travolti dentro un centralismo antidemocratico, che trasforma ogni presidente in casta, in tiranno. Come sta accadendo con Macron. Da Luigi XVI a Macron.

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