Effetto voto. I drammi di Di Maio, Berlusconi e Zingaretti

Politica

Regolamenti di conto. Nessuno escluso. Botte da orbi. Ora come non mai le elezioni europee hanno acquisito un valore nazionale. Anche se i diretti interessati non lo ammettono, anzi, dicono che tutto resterà come prima e che nulla cambierà. Perché, al contrario, invece, tutto sta cambiando.

5STELLE. La bocciatura più forte l’ha espressa urbi et orbi, il presidente della Camera Roberto Fico, nel momento in cui ha delegittimato il voto on line che ieri ha confermato la leadership di Luigi Di Maio (80% a 20). Il suo parere l’aveva espresso chiaramente il giorno prima, intervenendo nell’assemblea dei gruppi. Quale messaggio? O il partito si organizza seriamente (uccidendo l’anima movimentista), come più volte lo stesso vicepremier ha promesso, o perisce.
Domanda-1:quando saranno ripresi i temi fondativi del movimento (Tav, Vax etc)? Domanda-2: quando si parlerà dei territori e delle famose liste civiche di appoggio?

Al momento sembra che l’unica risposta sia una sorta di dirigenza collegiale della serie, tutti insieme, amici e nemici (Di Battista docet), e un cambio di rotta nella comunicazione, ritenuta la colpevole del flop del 26 maggio.
La realtà è che i grillini, con o senza Di Maio, sono dentro un vicolo cieco: perdono sia se restano al governo (condizionati da Salvini che imporrà autonomia, flat tax, sicurezza bis, e il ridimensionamento di alcuni ministri, giudicati ostili al Carroccio), sia se lasciano Palazzo Chigi, rischiando di essere colpevolizzati dagli italiani, e dovendo affrontare le variabili di una possibile alleanza col Pd.

E come se non bastasse, tutte le esperienze governative sono state fallimentari (Roma docet). I pentastellati rimarranno il partito impolitico, moralista del vaffa o dell’utopia informatica a firma Rousseau?

FORZA ITALIA. L’annuncio è mitologico: a settembre Berlusconi guiderà il passaggio da Silvio alla fase post-Silvio. Ma il congresso riuscirà a ridare slancio a una Fi ridotta al lumicino, sotto quota 10%? Non è questione di delfini: tutti bruciati dal Capo (l’ultimo è Tajani). Non è questione del Capo stesso: il partito è nato con lui, morirà con lui.  La battaglia contro il cerchio magico, le “badanti di Arcore” (l’ultima è la Ronzulli che dovrebbe prendere il posto della Gelmini a coordinatrice lombarda), è il classico specchio delle allodole, per non arrivare in alto.

Con Berlusconi finisce un’era. E finisce il centro-destra da lui immaginato e proposto per tanti decenni. La prospettiva non è più la mera sommatoria dei ceti politici (Lega, Fdi, Fi), o lo schema liberali, destra e cattolici, che al massimo potrebbe ripetersi per un’eventuale nuova spartizione maggioritaria del potere, ma di idee e anagrafe.
Salvini ha tutto l’interesse a restare dov’è, incassando il massimo. Tanto monetizzerebbe in qualsiasi caso.

Il partito omnibus che ha in mente è un partito generalista a trazione lepenista (sicurezza, immigrazione, temi etici, anti-Ue). Fi, da tempo è liberal, liberista, ultra-garantista, ultra-europeista e laicista. E poi, l’implosione azzurra genererebbe altri soggetti politici satelliti, come il probabile partito di Toti, a metà tra Fdi e Lega.

PD. Ringalluzzito solo in apparenza (il 22%) Zingaretti è già alle prese con la sua nomenklatura interna, un vecchio vulnus della sinistra di governo o meno.

Da una parte (per la regola della geometria politica), cresce nel collocarsi come polo radicale di massa, antagonista al polo sovranista-populista. Dall’altra, non ha ancora risolto il tema della sua identità e della sua struttura. Federando le varie anime della sinistra, social democratiche, progressiste e massimaliste, ha lasciato scoperta la zona moderata, centrale e centrista. E non a caso, Gentiloni sta tentando di occuparla con Calenda, con un progetto lib-dem, che sembra funzionale a Zingaretti, ma anche no.

Si tratterebbe di una sorta di Ulivo2.0, Pd più satelliti sparsi. Solo che il gioco è smaccato e quindi la base l’ha capito. E non ne può più di divisioni concertate o meno dall’alto.

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