Caro Conte, il vero premier è Renzi. Ecco la sua strategia

Politica

Ha cominciato col fare da regista esterno al nuovo governo giallorosso. Adesso detta la linea interna, ricatta, dà segnali in codice, avverte, condiziona.

Il vero premier è Matteo Renzi. Risvegliato dall’improvvida telefonata dell’altro Matteo (Salvini) a Zingaretti, finalizzata a far cadere il governo, come noto (è cronaca agli atti) si è messo di mezzo, è tornato da protagonista della politica e, aiutato dai poteri forti, dai media che contano, e dai blocchi economici, è ormai centrale.

Centrale due volte. Al centro di Palazzo Chigi, e al centro della nuova geografia bipolare, ossia, il luogo diventato improvvisamente strategico per i futuri assetti costituzionali ed elettorali.
Al centro infatti, guardano un po’ tutti. Stiamo parlando di quella casa lasciata disabitata da decenni, e non occupata oggi dalla narrazione leghista e dem.

Al centro guardano Conte, che sta studiando da politico; guarda Berlusconi, che non vuole finire nel tritacarne sovranista; guarda appunto Renzi (modello Macron), guarda Calenda (partito cattolico-liberale), generale senza truppe, indeciso se aggregare i cattolici, i post-dc o i radicali di +Europa, in via di sparigliamento dopo l’ambigua posizione circa la fiducia al Conte-2, che ha prodotto una lacerante divisione tra i suoi membri al Senato e alla Camera.

La rinascita, la resurrezione di Renzi, del resto, era nell’aria. Prima ha parlato di governo istituzionale, mettendo il bastone tra le ruote all’asse elettorale Salvini-Zingaretti. Poi una volta accertatosi dell’avvio del gabinetto, ha elevato qualitativamente la struttura, il dna del governo: di legislatura, infilando i suoi uomini. E solo allora ha realizzato quella scissione paventata settimane prima sul Corriere della sera: Italia-viva, vera spina nel fianco di Conte-2.

Non solo guidando una transumanza che di fatto lo ha riportato nell’alveo del suo partito di origine: il Partito popolare di centro-sinistra. Ma lasciando come cavalli di Troia molti suoi amici, che usureranno dall’interno il Pd.
E dal varo giallorosso, ha iniziato una proficua strategia per distinguersi e acquisire il consenso che per ora, sondaggi, alla mano, si aggira intorno al 4-5%. Appena sopra alla fatidica soglia di sbarramento.

Una strategia duale: colpisce per caratterizzarsi presso l’opinione pubblica e per lanciare messaggi al premier: senza di me caschi. Il che significa, che sta lavorando per la successione al trono. E’ il teorema “stai sereno Letta, destinato a trasformarsi in stai sereno Conte”.

Un posizionamento sfrontato, spericolato e cinico, che lo ha portato già a misurarsi e a misurare le altrui debolezze: ha iniziato salvando il forzista dall’arresto, e adesso disturba il manovratore con alleanze spericolate, in vista della manovra.
Così si spiega la strana alleanza con Di Maio sull’Iva, il Csm, la ripresa economica, le tasse.

Lo scopo è chiaro. Tenere sotto scacco Conte, giocare di sponda con i grillini, e mettere all’angolo il suo nemico Zingaretti.
E il Pd? Si è impantanato da solo. Di fronte ai soci che già fanno l’opposizione stando al governo, Zingaretti è costretto a recitare la parte del positivo, del rassicurante, la forza tranquilla, a parlare d’amore contro l’odio, raccogliendo le tessere per rinfoltire i propri militanti.
Troppo poco per non avere una crisi di nervi e per la stabilità di Palazzo Chigi.

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