Caro Conte, il vero premier è Renzi. Ecco la sua strategia

lunedì, 7 Ottobre 2019
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Ha cominciato col fare da regista esterno al nuovo governo giallorosso. Adesso detta la linea interna, ricatta, dà segnali in codice, avverte, condiziona.

Il vero premier è Matteo Renzi. Risvegliato dall’improvvida telefonata dell’altro Matteo (Salvini) a Zingaretti, finalizzata a far cadere il governo, come noto (è cronaca agli atti) si è messo di mezzo, è tornato da protagonista della politica e, aiutato dai poteri forti, dai media che contano, e dai blocchi economici, è ormai centrale.

Centrale due volte. Al centro di Palazzo Chigi, e al centro della nuova geografia bipolare, ossia, il luogo diventato improvvisamente strategico per i futuri assetti costituzionali ed elettorali.
Al centro infatti, guardano un po’ tutti. Stiamo parlando di quella casa lasciata disabitata da decenni, e non occupata oggi dalla narrazione leghista e dem.

Al centro guardano Conte, che sta studiando da politico; guarda Berlusconi, che non vuole finire nel tritacarne sovranista; guarda appunto Renzi (modello Macron), guarda Calenda (partito cattolico-liberale), generale senza truppe, indeciso se aggregare i cattolici, i post-dc o i radicali di +Europa, in via di sparigliamento dopo l’ambigua posizione circa la fiducia al Conte-2, che ha prodotto una lacerante divisione tra i suoi membri al Senato e alla Camera.

La rinascita, la resurrezione di Renzi, del resto, era nell’aria. Prima ha parlato di governo istituzionale, mettendo il bastone tra le ruote all’asse elettorale Salvini-Zingaretti. Poi una volta accertatosi dell’avvio del gabinetto, ha elevato qualitativamente la struttura, il dna del governo: di legislatura, infilando i suoi uomini. E solo allora ha realizzato quella scissione paventata settimane prima sul Corriere della sera: Italia-viva, vera spina nel fianco di Conte-2.

Non solo guidando una transumanza che di fatto lo ha riportato nell’alveo del suo partito di origine: il Partito popolare di centro-sinistra. Ma lasciando come cavalli di Troia molti suoi amici, che usureranno dall’interno il Pd.
E dal varo giallorosso, ha iniziato una proficua strategia per distinguersi e acquisire il consenso che per ora, sondaggi, alla mano, si aggira intorno al 4-5%. Appena sopra alla fatidica soglia di sbarramento.

Una strategia duale: colpisce per caratterizzarsi presso l’opinione pubblica e per lanciare messaggi al premier: senza di me caschi. Il che significa, che sta lavorando per la successione al trono. E’ il teorema “stai sereno Letta, destinato a trasformarsi in stai sereno Conte”.

Un posizionamento sfrontato, spericolato e cinico, che lo ha portato già a misurarsi e a misurare le altrui debolezze: ha iniziato salvando il forzista dall’arresto, e adesso disturba il manovratore con alleanze spericolate, in vista della manovra.
Così si spiega la strana alleanza con Di Maio sull’Iva, il Csm, la ripresa economica, le tasse.

Lo scopo è chiaro. Tenere sotto scacco Conte, giocare di sponda con i grillini, e mettere all’angolo il suo nemico Zingaretti.
E il Pd? Si è impantanato da solo. Di fronte ai soci che già fanno l’opposizione stando al governo, Zingaretti è costretto a recitare la parte del positivo, del rassicurante, la forza tranquilla, a parlare d’amore contro l’odio, raccogliendo le tessere per rinfoltire i propri militanti.
Troppo poco per non avere una crisi di nervi e per la stabilità di Palazzo Chigi.

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