Spagna. Effetto voto e sindrome-guerra civile. Cosa insegnano all’Italia

Politica

Tutto cambi perché nulla cambi. In Spagna sono anni che i cittadini, a differenza di quelli italiani, votano. Anche due volte nello stesso anno. Ma proprio come da noi, il loro voto non conta e serve a poco.

Da noi quando votiamo, spesso e volentieri il sistema istituzionale finisce per scegliere esecutivi dall’alto o ispirati dalla Ue. La chiamano competenza o primato dei conti pubblici. In Spagna si passa direttamente all’ingovernabilità e quindi, alla ripetizione meccanica delle consultazioni. Che non mutano granché.

Effetto-voto spagnolo. Il tema non è la compattezza e l’omogeneità del quadro politico, i valori condivisi del popolo, ma sicuramente in primis, il sistema elettorale.
Quando non si raggiunge la maggioranza dei seggi diventa difficile formare maggioranze degne di nota. E come al solito, si ricorre a programmi annacquati, sintesi moderate, che non lasciano il segno. E non garantiscono progetti, visioni di ampio respiro.

Le Larghe Intese alla tedesca servono solo per le emergenze della storia, per le crisi economiche ripetute, per arginare lo spettro del terrorismo, ma non disegnano la società del futuro: o si è conservatori, o progressisti, o di destra o di sinistra.

In Francia, addirittura, il sistema a doppio turno, consente al primo di scegliere il proprio partito di appartenenza e al secondo turno di fermare il pericolo-nemico. Col risultato che si vota sempre contro qualcuno e qualcosa. Di fatto il ballottaggio blinda la casta padrona, la classe dirigente. E naturalmente, quei partiti o movimenti sociali che in Italia, col Rosatellum2.0, andrebbero al governo, lì sono emarginati e marginali. Condannati alla piazza e al clamore, come i gilet gialli, per farsi riconoscere e ascoltare da un regime sordo e chiuso.

In Spagna ci risiamo. Elezioni inutili? Il Pse di Sanchez che aspirava a governare da solo, è sceso (rispetto alle consultazioni del 28 aprile 2019) dal 28,7% al 28,1%, perdendo tre seggi. Il Ppe dato per sconfitto ha recuperato terreno: dal 16,7% al 20,8% (da 66 a 88 seggi). La destra sovranista di Vox è salita dal 10,3% al 15,1%, da 24 a 52 seggi. Podemos è sceso dal 14,3% al 12,8%. Ciudadanos, liberali, dal 15% al 6%.

Un mosaico simile al nostro. Confuso. Adesso si vedrà se la Spagna ricomporrà il centro-destra (Ppe, Vox, Ciudadanos), oppure darà vita ad una Grosse Koalition trasversale, tra Pse e Ppe.
Tutto questo mentre restano irrisolti vari temi, come l’emergenza catalana, la crisi economica e l’argine all’immigrazione.

Ma anche in questo caso, la tenuta dello Stato, pure in assenza di stabilità politica, è assicurata dalla monarchia, che come in Belgio, riesce ad assicurare la saldezza delle istituzioni, dello Stato, al di là delle perturbazioni politiche.
La temuta secessione catalana e la recente disputa sulla salma di Franco, hanno risvegliato in Spagna quell’altra anima, quella conservatrice nazionalista, che gli anni della transizione del juancarlismo avevano nascosto, silenziato, grazie all’asse istituzionale popolare-socialista.
E ora, tra passato e futuro, la guerra civile strisciante, sembra riproporsi.

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