Giorgetti. Per Salvini è il diavolo o l’acqua santa? Ecco la sua strategia

Politica

Galeotto fu Giorgetti. Anzi, galeotto è Giorgetti, potente, influente ras padano. Sornione, col suo sorriso istrionico non gioca, non scherza, controlla tutto. E’ capace di tagliare i ponti, le persone, ordire strategie ciniche, rovesciare i tavoli. Uccide e salva con una comunicazione leggera, asciutta, minimalista che stupisce.

L’unico dubbio è se abbia un progetto totalmente suo o semplicemente se intenda colpire, moderare, ridimensionare scientificamente Salvini.
Sta di fatto che i suoi interventi pubblici e pseudo-privati non sono a caso e non spuntano all’improvviso. Sono meditati, studiati a tavolino. Ma quando parte con le sue allusioni, i suoi ponti, le sue riflessioni finto-naif, gli effetti sono dirompenti e, a pensarci bene, estranei alla linea del Capitano.

Già “despota” all’epoca di Bossi, tutti i parlamentari, specialmente i nuovi, nutrivano per lui profonda ammirazione, devozione, rispetto, ma anche un forte timore. Tutti ammettevano ieri, come ammettono oggi, che non si poteva andare oltre lui, scavalcarlo e che non c’era decisione che non dovesse passare per il suo sì.
Giorgetti è sempre stato il garante dei poteri forti del Nord, poteri economici e politici. E’ sempre stato il rappresentante ufficiale di quel blocco sociale ed elettorale che garantisce da decenni ormai, alla Lega una ottima rendita di posizione. Dalla sua infatti, per tornare alla cronaca, i governatori di Lombardia e Veneto, Fontana e Zaia. Un po’ meno Fedriga.

Come se non bastasse, dialoga a tutto campo col capitalismo che conta, con i salotti buoni, con Bruxelles ed è molto attivo nel gruppo interparlamentare che unisce esponenti di vari partiti, allo scopo di omogeneizzare le politiche. Tradotto dal politichese, vuol dire una potente e trasversale lobby di Palazzo, con la mission di stabilizzare e normalizzare lo status quo.

Così si spiega il comportamento ondivago di Giorgetti nel pieno della bufera del governo gialloverde. Prima, nel momento di massimo successo di Salvini (le vittorie su porti chiusi, i decreti-sicurezza etc), se ne è uscito con l’idea di chiudere con l’esperienza del Conte-1, prendendo a pretesto la questione della Tav. Poi, fuori tempo massimo, ha mandato a sbattere Salvini, quando la fine obbligata dell’esecutivo con i 5Stelle, poteva trasformarsi, come è accaduto in parte, in un pericoloso ridimensionamento dei consensi. Infine, l’intera Italia ha notato via tv l’atteggiamento di palese complicità con Conte, durante e dopo il famoso discorso nel quale ha vomitato a Salvini tutto il veleno possibile.

Una cosa è certa: Giorgetti era in quella fase il garante parlamentare del Colle, ed insieme a Conte, Tria e Mogavero, stava lavorando per addomesticare in funzione filo-Bruxelles un esecutivo troppo populista e sovranista.
Peccato che Giorgetti è dentro la Lega e non fuori. D’accordo la rivolta dei governatori che stavano giudicando la riforma delle autonomie, una svolta pessima; d’accordo sull’inchiesta-Savoini e i relativi rischi del Capitano, d’accordo sul no dei peones leghisti al taglio dei parlamentari, ma quando è troppo è troppo.

Il punto è proprio lì, nell’appartenenza leghista. Un’appartenenza storica. Giorgetti è la bandiera del partito padano che guarda storto l’evoluzione sociale, statalista e nazionalista di Salvini. Da qui, l’esigenza di seguirlo e frenarlo, assecondarlo e punirlo a giorni alterni.
E, su tale linea si spiega la recente singolare uscita sulla riforma elettorale.

Ma come, Salvini vince in Umbria, può vincere in Emilia, far cadere il governo giallorosso, è tornato a volare nei sondaggi, e Giorgetti che fa? Puntella il Conte-2 in evidente crisi (l’Ilva, la Manovra, i dissapori tra grillini e dem), con l’ipotesi di un lavoro costituente che assomiglia troppo al patto del Nazareno, come è stato, tra Renzi e Verdini? Ci risiamo. Come volevasi dimostrare: il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Non a caso il redivivo Renzi ha subito accolto l’apertura. Un viatico per lui, un toccasana per il premier. Mentre Salvini si è gelato e arrabbiato.
I dubbi restano.

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