Libia. Palazzo Chigi come il Grande Fratello. Dall’inutilità alla beffa

Politica

Ci sono parecchie cose che in questo momento non vanno “in” politica esterna e “nella” nostra politica estera.

Trump ci ignora, anche se legittimando il Conte-2 aveva scritto (ma siamo certi che sia stato lui?) “Giuseppi”. Nel suo discorso alla Nazione, dopo la nota uccisione di Soleimani, il presidente Usa non ci ha filato proprio. Ha citato tutti, gli Stati, gli ex alleati e i nuovi competitor, ma la parola Italia e governo italiano, sparita dal lessico. Siamo ancora alleati, siamo nemici? Siamo niente.

E il “professore del popolo”, il quale strombazzava urbi et orbi che “avevamo recuperato la credibilità internazionale”, ha inanellato mercoledì, una figura che resterà agli annali, malgrado i tentativi della Rai di Stato (in primis, il Tg1), di mascherare la clamorosa gaffe.
Come si può tentare di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa nel peggiore momento tra i due? E’ come se nel periodo risorgimentale si fosse organizzato un tavolo per il Sud, convocando prima Garibaldi e poi, re Francesco II di Borbone.

Primo, si deve interloquire non con i bersagli, ma con chi sta muovendo le fila della strategia della tensione: Russia e Turchia, i quali approfittando del vuoto pneumatico di Italia e Ue, hanno occupato uno spazio geopolitico e geoeconomico non da poco. Molto probabilmente saranno loro a gestire il presente e il futuro della Libia. E molto probabilmente si arriverà ad una separazione consensuale tra Tripolitania e Cirenaica, e sarà la fine del disegno unitario italiano giolittiano e littorio.

E Russia e Turchia, alleati in Medio Oriente, ma divisi in Libia (Putin appoggia il generale Haftar. Erdogan il premier riconosciuto dall’occidente Al Sarraj), si divideranno influenza, potere politico, interessi economici, gas e petrolio.
E a Roma non resterà che ricordare le ceneri del passato e quel Gheddafi che in fondo ci conveniva (Eni docet).

E secondo errore di Palazzo Chigi, quello “protocollare”, di aver invitato prima il secondo e poi il primo: non si fa. Ma cosa pensava Conte, di fare il furbetto? Di spiazzare Di Maio, artefice di un altro fallimento in Egitto? Di “recuperare credibilità” magari con un tweet, o un selfie a tre, lui e i due rivali appassionatamente?
Non è così che si costruisce una leadership nazionale e internazionale. Non è col metodo “Grande Fratello” che si ritorna grandi.

Del resto, questa è una strana guerra per conto terzi. Qualcuno dica ai nostri politici sovranisti alla Salvini, che esaltano Trump come alfiere della battaglia contro il terrorismo islamista, che gli sciiti (Iran), non hanno mai attaccato l’Europa, semmai i sunniti, dal cui estremismo sono venuti Osama Bin Laden e l’Isis.
Il tema vero è che Israele e l’Arabia Saudita devono spezzare il ritorno degli sciiti (Iran, Libano, Iraq), cui si aggiungono Turchia e Siria, tutti alleati della Russia. Mentre dall’altra parte, il fronte sunnita, Emirati Arabi, Qatar, Arabia e soci, sono amici degli Usa.

Il fronte sciita, Soleimani compreso, ha contribuito a combattere l’Isis, che invece godeva di complicità e rifornimenti presso il fronte sunnita. Come al solito, gli Usa si servono di militari o uomini armati per ottenere i loro scopi e poi, questi diventano improvvisamente terroristi da eliminare. Stesso discorso per Osama, amico degli Usa contro i sovietici e poi diventano Satana dopo l’11 settembre.

E ulteriore complicazione, quello che vale in Medio-Oriente salta in Libia: Russia e Turchia, come detto, alleati dovunque ma lì su fronti opposti. E l’Arabia Saudita, avversaria di Putin, in terra d’Africa combatte dalla parte di Haftar. Come i russi.
Sarà il tempo a dipanare la matassa.
Dicevamo una guerra strana: Trump uccide i suoi ex amici, l’Iran risponde con missili caricati a salve; l’Iran esulta per la vendetta consumata, Trump dice “tutto bene”.

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