Voto. Le spine nel fianco di Conte: Salvini nelle Regioni e il no al referendum

Politica

Alla vigilia degli appuntamenti elettorali regionali, tutti i partiti si divertono a imbastire la solita pantomima, nel nome della scaramanzia: “Non ci saranno ripercussioni a livello nazionale”. E questo sia se al governo c’è il centro-destra e nei territori vince il centro-sinistra, sia se come ora, al governo c’è il centro-sinistra e magari in Toscana, Marche e Puglia vince l’opposizione.
Tranquilli: è solo melina, tattica, prudenza. L’eventuale cambio di equilibri avrà sicuramente degli effetti non da poco e nelle stanze voleranno parecchi stracci.

Anche perché (segno del contrario), Salvini e la Meloni si sono spesi personalmente per rafforzare le candidature dei loro uomini, dei loro candidati (ad esempio, in favore della leghista Ceccardi in Toscana e in favore di Acquaroli di Fdi, per le Marche). Ne consegue logicamente che il vento nazionale coincide col vento locale. E, altra prova, gli esponenti di Pd e 5Stelle, hanno eccessivamente insistito, dalle tv ai giornali, nell’affermare ossessivamente il contrario (hanno paura, temono le urne).

Ma c’è un vento nazionale? Certamente non è forte come un anno fa, ma ancora spira verso il centro-destra. All’ostilità nei confronti di Conte, nei confronti delle politiche giallorosse, l’economia che non riparte, gioca in modo forte, la sensazione che l’attuale maggioranza voglia blindarsi al potere, approfittando del clima emergenziale (la gestione politica del Covid), utilizzato come mantra unicamente per evitare la vittoria di Salvini.
In caso di ribaltone regionale è ovvio, che il governo scricchiolerebbe. Per un paio di ragioni: la mancata alleanza riformista e il referendum.

I grillini non hanno voluto allearsi col Pd, specialmente nelle regioni-chiave, più delicate, nonostante un voto, quello della piattaforma Rousseau, che ha approvato tale direzione. E il Pd, da dichiarazioni di Zingaretti e soci, non è più disposto a svolgere eternamente il ruolo del pompiere di buon senso a Palazzo. Ha ingoiato le intemperanze “competitive” dei 5 Stelle e ha subìto il sì al taglio dei parlamentari. Ma quando è troppo è troppo.
E c’è un precedente. Non dimentichiamo che i governi di centro-sinistra, prima D’Alema, poi Amato, saltarono proprio per la sconfitta regionale.

Per riassumere, due sarebbero quindi, i macigni per Conte. Che, guarda caso, ha varato il piano di ripresa economica e resilienza proprio a ridosso del voto (piano gradito alla Ue, altrimenti niente fondi): il voto regionale e il no al referendum. Un’altra spina nel fianco. Sarebbe la dimostrazione che non solo gli italiani stanno col centro-destra, ma che sta montando anche una reazione in senso contrario al populismo “anti-casta”, fino a qualche anno fa, trionfante. Un altro vento, non filo-poltrone, sprechi e privilegi, ma per la libertà, la Costituzione, la reale rappresentanza dal basso, che un sì limiterebbe fortemente.
Dal 20-21 settembre, potrebbe nascere una nuova Italia.

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