Governo. Le partite impossibili di Conte, Renzi, Salvini e Di Maio

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Mentre Renzi e Conte se le menano di santa ragione, la sensazione che si ha è che alla fine, lo strappo radicale non ci sarà. L’operazione congiunta “Quirinale-Palazzo Chigi”, sembra essere riuscita nel suo intento: stemperare gli animi e indicare una direzione meno pericolosa per la stabilità. Ossia, approvare “prima” il nuovo Recovery e poi, risolvere le contese interne. Anche per evitare che il tutto si riduca a una semplice competizione “poltronistica”.

Come va sempre ricordato, i due duellanti dovranno comunque “vincere” agli occhi degli italiani. Una presunta vittoria congiunta che si espliciterà nei passaggi successivi.
Dopo l’approvazione del Fondo, infatti, obbligatoriamente si passerà al voto in Parlamento. Ma se Renzi ha detto che intende “verificare non le bozze, ma la versione finale del testo licenziato da Conte e dai suoi”, come farà a dare il suo assenso durante il Cdm, se non arriva? Ricordiamo che ha apportato ben 62 modifiche. Sembra impossibile che possa essere accontentato in toto. Come sembra impraticabile, al momento, pure il ritiro dei suoi ministri, visto che la partita verte anche sulle nuove nomine (in primis, la Boschi). E allora, resta il senso oggettivo di questa guerra civile in casa giallorossa: la visibilità di Iv e del suo leader a caccia di voti.
Secondo quanto filtrato, l’ex sindaco di Firenze, si accontenterebbe della buona volontà del premier, nell’auspicio di velocizzare le procedure e inserire qualche sua correzione.

Ma in qualsiasi caso, s’è messo all’angolo da solo: se insiste diventa il rottamatore della stabilità; se non insiste resta un semplice ricattatore politico che minaccia e basta, se accetta il Recovery al Cdm, pare difficile che poi possa bocciarlo in Aula, diventando il responsabile dei mancati soldi salvifici per l’Italia, da parte della “benevola” Ue.

E il centro-destra? La Meloni sta a guardare, per lei la strategia è lineare: elezioni e nuovo governo di centro-destra. Nel frattempo, è alle prese con una improvvisa campagna di demonizzazione “trampiana”, per le sue dichiarazioni non in linea col maestream radical filo-Biden. Segno che come al solito, la destra viene utilizzata in funzione “anti-qualcun altro” (prima Berlusconi, ora Salvini); e poi, una volta ottenuto l’obiettivo studiato a tavolino dal centro-sinistra politico e mediatico, non serve più, torna “fascista”, e impresentabile.

Berlusconi è diventato un grafomane: scrive lettere a ogni giornale, rivendicando un suo nuovo ruolo centrale. Ma una cosa è certa: non seguirà il progetto di Brunetta di creare un fronte trasversale “filo-Recovery”, apripista di un governo di larghe intese. Continuerà a barcamenarsi tra collaborazionismo sui temi, nell’interesse dei cittadini, a partire dall’economia; e la fedeltà a uno schieramento che spera torni presto a trazione moderata e non più sovranista.
Non a caso, Salvini sta correggendo radicalmente il tiro su questo. Per salvare la compattezza del centro-destra e non perdere la leadership, da settimane ha sterzato verso il centro: non più sovranista, ma italiano, liberale, pro-life, conservatore, vicino al Dna storico dei repubblicani (il progetto della Lega popolare), smarcandosi da Trump, favorito pure dalla svolta quasi-golpista del presidente uscente.
E in questa complessa partita tra Renzi e Conte, da una parte gioca di sponda con il capo di Iv, dall’altra, oscilla tra Giorgetti e il voto.

Giorgetti, come è noto, da tempo sta percorrendo la via istituzionale che dovrebbe portare, in caso di sfascio governativo, a un governo di scopo, che ci porti al voto e gestisca i fondi, col sostegno esterno della Lega. Salvini invece, resta su percorsi più ortodossi: o voto, come la Meloni, o passaggio parlamentare, ipotesi che non piace a Fdi, formando un governo di centro-destra (che non ha i numeri sufficienti), più eventuali volenterosi (e forse l’astensione di Renzi?).

Ma tutti sanno di giocare partite impossibili. In questo incartamento generale, la luce in fondo al tunnel sembra un nuovo patto giallorosso di legislatura. Con un rimpasto corposo. Che poi è la linea di Zingaretti, del Quirinale e il sogno di Di Maio, per non farsi contare alle urne e sprofondare.
In soldoni, un Conte-ter o un altro nome scelto in corsa (Franceschini, Orlando?), e il centro-destra che aspetta il suo turno quando si voterà. Contenti tutti, scontenti tutti.

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