Governo. La comunicazione asimmetrica di Zingaretti, Salvini e Di Maio

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Ogni politica di grande mediazione provoca due reazioni, uguali e contrarie. La prima, una certa lievitazione verso il centro; la seconda una radicalizzazione verso le ali estreme. Con rischio spaccatura.
E se mettiamo che i partiti che appoggiamo il governo Draghi, da destra a sinistra, sono trasversalmente imponenti, queste reazioni non sono, né saranno nei mesi a venire, da poco.

Da adesso in poi, infatti, i leader daranno luogo a una comunicazione asimmetrica, per salvare capra e cavoli: la loro partecipazione al governo dei “migliori” (capra), e il doversi giustificare nei confronti dei dissidenti o dei delusi, per evitare pericolose scissioni e transumanze di personale politico, come se ce ne fosse bisogno (cavoli).
Una comunicazione rivolta quindi, contemporaneamente all’esterno e all’interno. Assolutamente non integrabile.

Il nuovo esecutivo ha un Dna molto chiaro: tecnici fidati del premier, per quanto riguarda la gestione dei soldi europei e i progetti che costruiranno la società futura: digitalizzazione, green economy, intelligenza artificiale, controllo del debito, riforma della giustizia e della pubblica amministrazione. E ancora: uomini del Colle, per quanto riguarda i settori strategici e relativi alla sicurezza del paese (Interni, Difesa, Sanità e Giustizia). Infine, politici scelti in base al “codice Cencelli”, un codice non a caso. Tutti i ministri sono moderati, europeisti o amici personali di Draghi.

Una cosa è certa: sono state tagliate le ali, a destra, del sovranismo puro, e a sinistra, della rappresentanza sociale tosta. Come dire, una maggioranza utile non solo per cementare e attivare la compattezza e omogeneità del governo, ma anche per preparare il terreno alla prossima maggioranza presidenziale, che molto probabilmente vedrà protagonista lo stesso Draghi.

Salvini si è visto “valorizzare” l’ala a-sovranista e filo-europeista. Ora è in palese difficoltà. Per rimediare, sarà costretto a muoversi nell’area di un “sovranismo costituzionale”, per non sguarnire il fronte estremo in favore della Meloni, con tanto di accuse di tradimento, facendo sintesi tra “leghisti buoni” e “leghisti cattivi”. Tradotto, presidierà alcuni territori (droga, famiglia, natalità, disabilità, vita), e bacchetterà ogni tanto su giustizia, fisco, sanità, immigrazione. Così si spiega la richiesta di “passo in avanti”, o di “fine del metodo-Conte” (pizzicate ad Arcuri, Speranza, alla Lamorgese etc). L’operazione riequilibrio sarà ovviamente la scelta dei sottosegretari, demandata, questa sì, interamente ai partiti. E qui, Salvini compenserà con i Centinaio, i Molteni etc.

I 5Stelle sono in autentica crisi. Una parte vorrebbe ripetere il voto sulla piattaforma Rousseau, un’altra non può accettare che la prima iniziativa del governo sia proprio eliminare il lavoro sulla giustizia di Bonafede. Oppure, in prospettiva, cassare il reddito di cittadinanza, incompatibile con la filosofia di Draghi. Si parla di 40 deputati e 20 senatori pronti ad andarsene dal Movimento. Di Maio sta tentando il possibile, ma l’impresa è estremamente ardua. Per ora insiste sulla logica dei “temi con chi ci sta”. Peccato che fin dai tempi del No-Vax, No-Tav etc, sia passato un secolo.

Maretta nel Pd. Le donne sono in rivolta. Ma come, la sinistra che le ha sempre difese, si vede scavalcata dalla destra? Nessuna donna dem ministro, mentre la destra ne ha messe a segno ben tre.
Zingaretti ha promesso che proporrà solo donne come sottosegretari. Ma pure lui ha il problema delle correnti più radicali. E come Salvini, dovrà, fidelizzare i suoi al governo, e impedire che Salvini personalizzi troppo il nuovo corso. Dopo averlo demonizzato, adesso si accontenta di dire che il Capitano si è convertito sulla via di Damasco.
Tra tanta comunicazione asimmetrica, registriamo l’ultimo guizzo della comunicazione populista stile-Casalino, con gli applausi a Conte.
Ma più che un arrivederci enfatico, è stato un giù il sipario della Terza Repubblica.

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