Federazione Salvini-Berlusconi. Ecco cosa c’è dietro la nuova Dc verde-azzurra

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C’è un motivo preciso che spinge da qualche giorno Salvini ad accelerare sulla federazione di centro-destra con Fi? Proprio nelle ore più concitate legate alla scelta dei candidati-sindaco; incertezza dovuta alla primogenitura dei nomi?

La risposta è ovviamente nella domanda. Come al solito, le apparenze vanno lette su più livelli. Matone o Michetti per Roma o chi per loro, non sono nomi e basta, sono l’effetto di uno scontro interno che ormai si nota da mesi, e che ha come medaglia la leadership dello schieramento.
Anche perché, ciclicamente Salvini ha provato più volte a ipotizzare mediaticamente una federazione, una confederazione, l’unione dei gruppi parlamentari, o addirittura, la strada di un partito unico. Ricevendo sempre dei no decisi. Adesso, invece, pare che le cose siano cambiate e che Berlusconi abbia aperto alla possibilità di un’alleanza “verde-azzurra”, causando molti mal di pancia presso la componente più centrista di Fi.

Se guardiamo alla federazione Lega-Fi, l’unica definizione che possiamo dare è che si tratta di un vecchio ossimoro. La politica, anche se il “modello-Italia” da anni brilla per originalità (governi giallo-verdi, giallorossi, larghe intese, esecutivi tecnici etc), non può essere una moviola: avanti, indietro, di nuovo avanti, di nuovo indietro.
In questo ha ragione la Meloni: le fusioni a freddo non funzionano, sono operazioni di vertice, di ceto politico, non processi dal basso storici, movimenti reali della società. Un tempo (oscillazioni dovute pure ai diversi sistemi elettorali), c’erano An, Fi, centristi vari; poi è stata la volta della Casa delle Libertà (polo omogeneo elettorale); poi del Pdl, il partito unico degli italiani, poi le liti tra il Cavaliere e Fini, hanno ripristinato il vecchio quadro, dalla solidificazione alla dissolvenza, dall’unità alla frammentazione; ancora Fi, centristi e Fdi, eredi di An, divisi. Adesso di nuovo uniti?
Sì ma, non c’è il partito della Meloni. Perché, attualmente c’è un gap tra il centro-destra di governo e quello di opposizione. Il pomo della discordia è Draghi.

Cosa vogliono Salvini e Berlusconi? Obiettivi paralleli. Salvini, teme l’avanzata della Meloni. Una fusione con gli azzurri riallontanerebbe Fdi, legittimerebbe la sua virata moderata (la nuova Dc), e creerebbe le condizioni per un’entrata ufficiale dentro il Ppe, senza dover sottostare al giudizio di Bruxelles, con relativa votazione da parte di tutti i partiti-membri. La Meloni sarebbe ridimensionata sia in Europa (lei vuole accrescere la casa dei conservatori e non confluire in una nuova aggregazione post-identitaria capeggiata dal Capitano), sia in Italia.
E Silvio, avrebbe la strada spianata per il Quirinale. Sua ultima grande aspirazione.

Ma nessuno pensa alla fusione a caldo. Su quali valori? Quando Silvio era il capo del partito più forte numericamente, riuscì a federare lo schieramento su una base liberal-liberista. L’apporto di An a suo tempo, aggiunse il filone conservatore (più attento all’identitarismo e alla coesione sociale). Negli ultimi anni il centro-destra è stato a trazione sovranista (schema “alto-basso”, popoli contro caste, identità contro globalizzazione). Adesso? Quale sintesi, su migranti, sicurezza, valori etici (famiglia, religione, centralità della vita etc), Ue, economia, le riforme imposte dalla Ue come condizione per avere i soldi del Recovery?

Se da un lato, la classe dirigente azzurra si è dimostrata più vicina alle tesi salviniane (si è visto a proposito del Ddl Zan); dall’altro la componente laicista e riformatrice, è uscita allo scoperto. E di fronte all’idea di una federazione ha minacciato di aggregarsi all’area centrista in progress (Coraggio Italia, Noi per l’Italia), nel nome e nel segno di quella che era stata la recente strategia di Berlusconi, intitolata Altra-Italia.
Il timore dei moderati di centro-destra è sguarnire elettoralmente un bacino (che consente di vincere alle elezioni), e che non da poco è oggetto di attenzione dai vari Conte, Letta, Calenda, Renzi.

Una federazione Lega-Fi, secondo i moderati dello schieramento, farebbe vincere quasi certamente un nuovo Ulivo di centro-sinistra. E farebbe crescere a dismisura Fdi, chiudendo però per sempre alla Meloni ogni chance per Palazzo Chigi.
Quindi, l’unica risposta alla domanda iniziale, è l’incontro vero tra i tre partiti. A cominciare dalle prossime consultazioni amministrative.
Ma sembra un compito molto arduo.

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