Post-voto. Le due France in guerra contro la monarchia di Micron

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Cosa succederà ora in Francia? Marine Le Pen cercherà di monetizzare il suo 42% alle prossime legislative del 12 e 19 giugno. Macron, dal canto suo, si impegnerà a recuperare quei tre milioni di voti persi domenica. Segno di una crescente disaffezione che si è riversata in parte nella destra e in parte in Melénchon.

Ma queste France sono componibili? A parte il sistema elettorale (doppio turno) che blinda i partiti di governo, ingessa lo status quo, visto che a ogni ballottaggio si vota “contro” e non “pro”, condannando alla frustrazione cronica qualsiasi movimento nuovo o di opposizione (spingendolo di fatto al clamore della piazza per farsi sentire, come successo ai Gilet gialli).
Da noi se un partito conquista il 20% ha già buone possibilità di andare al governo, in Francia langue nell’inutilità, nella bolla impolitica, come accade da decenni alla destra lepenista.

I francesi, quindi, oltre ad essere ancora chiusi nelle categorie del 900, possono sfogare la loro rabbia sociale, unicamente al primo turno.
Le tre France (destra, sinistra e mega-centro), ripetiamo, non sono componibili. Con Macron si è ripetuto un vecchio schema che affligge geneticamente la società transalpina.
“En Marche” è stato ed è, la classica operazione dei poteri forti che a tavolino creano un partito formalmente antipolitico, ma sostanzialmente continuista degli equilibri storici (grande capitale, liberismo, laicismo, europeismo). Il suo soggetto politico personale non è mai diventato un partito strutturato, radicato e pienamente organizzato, ma è riuscito nell’operazione di cannibalizzare e svuotare il vecchio bipolarismo francese “gollisti-socialisti”.

Infatti, Macron è percepito come il leader dei ricchi, di quella Francia metropolitana, radical, liberal (le grandi città lo hanno votato in modo plebiscitario), che “pensa alla fine del mondo” e non “alla fine del mese”, come da accusa dei Gilet gialli.
Non a caso ha detto che nei restanti anni di presidenza renderà il suo paese più verde. E si concentrerà maggiormente sulla coesione sociale.
Quella coesione sociale su cui invece, ha puntato Marine Le Pen.
La sua campagna elettorale ha avuto un merito e un demerito. Il merito di aver pensato meno all’Ucraina, alla Green Economy, più alla disoccupazione, al disagio sociale delle classi meno abbienti, alla perdita del potere d’acquisto causato dalle varie emergenze, da quella energetica, a quella economica, a quella sanitaria.
Il demerito, si è visto nella malagestione dell’ultima fase elettorale: per rassicurare i moderati è sembrata troppo felpata, e quindi meno incisiva del solito, dando l’impressione di somigliare troppo ai repubblicani. Comunque la Francia che l’ha votata in massa, è la seconda Francia, quella della provincia profonda, delle campagne, delle piccole cittadine, dei centri funestati dall’immigrazione clandestina etc: l’eterna Vandea.

La Francia (la terza) che ha votato Melenchon è speculare alla Le Pen. Culturalmente opposta, ha assorbito però, tutte le venature populiste mettendo al centro le proteste dei lavoratori e dei poveri, nel nome dello Stato sociale che ormai la globalizzazione liberista macroniana ha spazzato via.
Cosa ci insegna a conti fatti, il voto francese? Che una destra, per quanto forte, se non si allea con un fronte moderato, fa il pieno dei consensi, ma non vince. Che la sinistra, anche in Italia, è irreversibilmente divisa in tre rivoli: area governista liberal, area radicale di massa e area neo-post-comunista. Tre sinistre le une contro le altre armate.

E cosa accadrà? Molto probabilmente alle politiche voteranno più persone (al momento l’astensionismo ha superato il 20%, cosa mai accaduta), ma ci sarà un parlamento spaccato e ingovernabile.
Situazione complessa che potrebbe rendere ancora più ingovernabile, o paradossalmente favorire, l’azione della monarchia repubblicana di “Micron”.

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