Effetto-voto. Salvini deluso e la sindrome del Papeete. Ecco la sua strategia

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Partiamo dai numeri: a Genova Fdi 9,3%, Lega 6,8%; a La Spezia, Fdi 9,8%, Lega 7,9%; ad Alessandria Fdi 14,8%, Lega 10,5%; a Verona Fdi 11,9%, Lega 6,6%; a Como Fdi 12,7%, Lega 6,7%; a Palermo Fdi 10,2%, Lega 4,2%.
Un dato e un trend inequivocabili. Che attestano il primato di Giorgia Meloni non solo al Centro-sud, ma soprattutto il sorpasso al Nord, terra d’origine del Carroccio. Quella “Repubblica padana”, che dalla secessione al federalismo ha continuato fino alle scorse comunali ad esprimere elettorato, classe dirigente, presidenti di Regione, blocchi sociali e sponsor imprenditoriali.

Ma competizione interna a parte, il tema non è tanto il successo della Meloni che ha monetizzato l’essere all’opposizione rispetto a un governo-minestrone, trasversale, con dentro destra, sinistra, centro e grillini. Un’avanzata numerica, quella di Fdi, che di fatto assorbe la fuga dalla Lega, non aggiungendo ulteriori consensi al centro-destra. E’ la destra che si riprende la destra, trasmigrata verso Alberto da Giussano, da almeno un decennio, a causa del vuoto lasciato da An e da Gianfranco Fini.

Il tema reale sono le ragioni del flop della Lega. Un po’ ovunque. Salvini indubbiamente paga la “strategia di lotta e governo” e l’aver ceduto la sovranità su tante, troppe battaglie identitarie che lo hanno portato al trionfo delle europee (32%). Più o meno rischia la stessa sorte dei grillini.

Dalla sicurezza, dalla lotta all’immigrazione, dall’euroscetticismo, al sovranismo, è passato gradualmente alle tasse, al lavoro, al catasto, ai balneari, al garantismo insieme ai radicali (referendum perso) e perfino al pacifismo (il viaggio a Mosca).
E la gente, anche se attualmente abbastanza liquida, non dimentica del tutto. Alle urne si ricorda qualcosa. L’equilibrismo del Capitano l’ha portato ad essere ambiguo, poco incisivo, eternamente indeciso tra il frenare l’emorragia dei voti verso Fdi e la costruzione di una Lega moderata, filo-Ppe, liberale, come piace a Giorgetti.
Ed ora che si avvicina l’estate sembra incombere di nuovo la “sindrome del Papeete”.

A “Porta a Porta” Salvini ha minacciato l’uscita dal governo, se Draghi continuerà a vessare gli italiani, fornire armi all’Ucraina, ascoltare soltanto Pd e grillini.
Ma lo farà? E se lo farà, si riprenderà lo scettro dello schieramento?
Il suo partito, oggi, è diviso in tre rivoli: quelli che sotto sotto iniziano a contestarlo, i crisaioli e i governisti indomiti.
Per ora Salvini media dicendo a tutti “vediamo”, “facciamo”, “controllerò Draghi”, “cercherò di convincerlo”.
Il nodo da sciogliere non è tanto la crisi di governo, ma come dicono i suoi, non perdere tempo al governo.

Tra le righe si comprende però, la sua scelta, non a caso ha dato appuntamento alle strutture a settembre per una verifica (il Papeete fu ad agosto, quindi, già un messaggio rassicurante).
A settembre verosimilmente farà un “penultimatum” al premier (chiedendo discontinuità), per dirgli che farà i conti con l’esecutivo a dicembre. Poi, dopo le feste natalizie, scatterà sostanzialmente la campagna elettorale del 2023, ergo un colpo di coda secondo prassi. Con la sola tecnica di comunicazione ad uso e consumo esclusivo della base da riacciuffare.
Ma per un punto (percentuale in più), Martin perse la cappa.
Un bel dubbio amletico per il Capitano: se molla Draghi, come si è visto con Conte, non guadagna voti, se resta in sella li perde ugualmente.

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