Francia. Risorge il populismo2.0, alla faccia delle vecchie e nuove caste. E da noi?

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C’era una volta il populismo di stampo riformista (ad esempio, i grillini in Italia) e di stampo sovranista (la destra radicale europea e da noi la Lega).

E cosa ha significato in politica questa rivoluzione, quando da opzione marginale, periferica è diventata formula di governo grazie a Trump? La fine del bipolarismo classico, centro-destra vs centro-sinistra, conservatori vs progressisti, repubblicani vs democratici etc. E l’affermazione di nuove categorie: “alto-basso”, popoli contro caste, identità contro globalizzazione, sovranità nazionali contro sovranità multinazionali, “antropologia-ideologia”, relativa ai valori essenziali e non negoziabili come la centralità della vita, della famiglia naturale, il no al gender. E “il civismo”, l’alternativa territoriale ai centralismi e ai partiti ufficiali.

In soldoni, il “populismo1.0” è stata la risposta dal basso della società rispetto a una prima globalizzazione che in primis, su economia e immigrazione, non aveva garantito e assicurato le certezze e sicurezze annunciate urbi et orbi (il mondo unito, moderno, migliore, l’uomo globale, il mercato globale etc).

Poi, tutto questo è tramontato. E l’incompetenza, l’impreparazione acclarata delle nuove classi dirigenti populiste, di fronte ai principali temi da risolvere e irrisolti, ha preparato il terreno non tanto alla politica doc, ma ai tecnici, agli esperti, ai “migliori”, ai personaggi legati alle lobby bancarie, finanziarie, organiche a Bruxelles (Draghi), o a leader formalmente antipolitici, sostanzialmente continuatori del Palazzo e dei poteri forti (Macron), col compito di sparigliare gli schieramenti classici.

Un flop che ha spinto molti studiosi, osservatori, politologi a sostenere che il populismo era ed è, solo un fenomeno di protesta, frutto dei like momentanei e della pancia dell’opinione pubblica. Forze politiche non in grado di governare, mediare tra le idee, la realtà e l’amministrazione della cosa pubblica.

E i fatti, prima del voto francese, sembravano dar loro ragione. Basta analizzare la parabola discendente di Salvini e la diaspora insanabile in casa 5Stelle.
Di Maio incarna perfettamente il fallimento di un sogno populista di cambiamento, nato per attaccare, moralizzare il potere, ma inutile per governare, a patto di mutare pelle, nel nome del migliore o peggiore trasformismo. Il Movimento infatti, è riuscito a tradire tutte le battaglie identitarie che lo hanno portato a raggiungere il 30% alle ultime politiche.
La tradizione statuale italiana e non solo, d’altra parte, insegna che le forze d’opposizione radicale, quando vengono costituzionalizzate, sono il più efficace ossigeno della continuità e stabilità istituzionale (da De Pretis a Crispi, da Giolitti, quindi a Grillo).
In una parola, la condanna: il populismo non rivoluziona, ma rinnova paradossalmente “il vecchio”.

Fine dei giochi? Niente affatto. Proseguiamo con la cronaca. E arriviamo all’attualità.
Dopo la patente debolezza strutturale del populismo, i nuovi successivi equilibri hanno impresso una forte accelerazione al risorto processo globalizzante (la globalizzazione2.0), attraverso la gestione etico-sanitaria della pandemia e la perenne emergenza come strumento per controllare le masse. L’hanno chiamata transizione energetica, Recovery, ma la sostanza non cambia. E’ una globalizzazione salutista ed ecologista, con lo scopo di sempre: costruire a senso unico la società del futuro, una sorta di mix tra Orwell e Cina che bypassa parlamenti e minimizza, marginalizza, comprime la democrazia rappresentativa.

E Draghi e Macron pensavano di condurre questo processo storico senza problemi, anche alla luce della guerra in Ucraina (ulteriore emergenza, alibi per continuare il commissariamento di fatto della politica).
Invece, ecco il populismo2.0 riaffacciarsi al cospetto della storia.

In Italia, le amministrative lo hanno certificato: un cittadino su due non vota, ritenendo inutile il suo voto, ostaggio di una casta che fa il bello e il cattivo tempo e decide arbitrariamente. C’è una mega-area non rappresentata, dai no-green pass, dagli anti-Draghi, dai delusi dal sovranismo, dalla sinistra, dai grillini, dai cattolici insoddisfatti nei confronti delle politiche della Cei, fino ai lavoratori che non si riconoscono nella strategia complice e conservatrice della Triplice. Un fronte trasversale che se riuscirà a trovare interlocutori e politici in grado di federarlo, sarebbe il primo partito italiano.

In Francia la perdita di consenso di Macron è evidente. Ha vinto non di molto, in virtù della riedizione del solito arco costituzionale anti-fascista alle presidenziali, ma ha perso la maggioranza nell’Assemblea, in favore del populismo di sinistra di Melenchon e di destra della Le Pen. Morale, per il presidente transalpino si annunciano tempi difficili. Le periferie metropolitane e la provincia profonda stanno dall’altra parte. E lui esprime unicamente i privilegiati, i garantiti, i conservatori dello status quo.
Domanda: ma gli attuali leader globalisti adesso (e prima) chi rappresentano? Chi hanno rappresentato? La risposta spetta e spetterà al popolo sovrano. Se gli è consentito votare.

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