Cdx. Giorgia vince il braccio di ferro. Ecco quale trappola ha evitato

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Alla fine Giorgia Meloni ha ottenuto ciò che voleva. Il vertice del centro-destra ha sciolto il nodo sulla scelta del premier.

I leader, finalmente, sono d’accordo: in caso di vittoria della coalizione alle prossime elezioni chi avrà più voti deciderà il nome del futuro presidente del Consiglio. Al termine delle quattro ore di vertice sono state decise anche le candidature nei collegi uninominali, così ripartiti: 98 a Fdi, 70 alla Lega, 42 a Fi-Udc e 11 ai centristi di Noi con l’Italia e Coraggio Italia. Sulla carta una decisione positiva, ma in “chiaro-scuro”.

Primo, i tre partiti hanno confermato una cosa ovvia, un metodo consolidato, una prassi storica del Cdx.
Secondo, il precedente che si è affermato nella riunione, contraddice però, la stessa prassi. Di solito, conta chi ha più voti, numeri e dati alla mano, ossia, secondo il verdetto delle urne, non dei sondaggi. E qui, non ci piove, chi doveva ribadire la leadership e la premiership, era e doveva essere Salvini (il conteggio si fa sulle politiche). Un po’ come è successo per i 5Stelle, affondati nei sondaggi, dimezzati alle amministrative, ma ancora depositari di un tesoretto maggioritario parlamentare che ha sancito il fatto che fossero e si comportassero da primo partito per tutta la legislatura (primato perso con la scissione di Di Maio). E tale regola il Movimento l’ha fatta valere sempre: nelle fasi di preparazione e di composizione dei vari governi (gialloverde, giallorosso, Draghi).

Salvini, poteva battere i pugni sul tavolo e invece non l’ha fatto. Ergo, pure il Cdx si è inchinato alla logica e alla religione dei sondaggi, che vedono Fdi veleggiare al 25%.
A dire il vero, sia il Capitano che Berlusconi, non hanno ceduto le armi facilmente. Hanno tentato una certa interdizione, una certa resistenza: il Cavaliere ha anticipato i giochi con un programma liberale, aperto ai moderati-centristi, nel nome del classico teorema che si vince andando al centro, e per scongiurare l’eccessivo baricentro sovranista del polo. Strategia, commedia (per difendersi dagli attacchi antifascisti della sinistra) o realtà? Inutile chiederselo.
Nella comunicazione politica, come noto, la verità è pura narrazione: non si saprà mai.

E dal canto suo, Salvini, d’accordo con Silvio, ha fatto melina sui collegi uninominali, chiave d’accesso per ottenere la maggioranza dei parlamentari. La proposta di un’assemblea di eletti per nominare il capo del governo di centro-destra era, infatti, una trappola per la Meloni. Se fosse stata frenata, ridimensionata la sua rappresentanza alla Camera e al Senato, avrebbe perso il potere di candidarsi a premier. O di decidere lei.
Ma questo ora è roba passata. Giorgia ha vinto il braccio di ferro. Ha fatto bene a polemizzare, lanciare messaggi in codice, del tipo, se non ci mettiamo d’accordo, salta la coalizione; minaccia virtuale, perché un centro-destra diviso avrebbe regalato la vittoria a Letta e soci.
Ha alzato lo scontro per negoziare da posizioni di forza. E così è stato.
Addirittura Fdi ha rovesciato la storia usata come clava politica pure su Fi. Il marchio di monarchico affibbiato a Tajani è andato in questa direzione: niente scherzi “moderati”. Se l’antifascismo naviga a sinistra, l’anti-monarchismo colpisce la destra ex-Msi, ex-An.
Chi vuole capire, capisca.

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